Orticole minori




Scorzobianca (Tragopogon porrifolius L. var. sativus Gaterau Br.-Bl.)

Sistematica della Scorzobianca (Tragopogon porrifolius L. var. sativus Gaterau Br.-Bl.) sec. il sistema Cronquist
Superdominium/Superdominio: Biota
Domain/Dominio: Eucariota (Eukaryota o Eukarya/Eucarioti)
Kingdom/Regno: Plantae (Plants/Piante)
Subkingdom/Sottoregno: Tracheobionta (Vascular plants/Piante vascolari)
Superdivisio/Superdivisione: Spermatophyta (Seed plants/Piante con semi)
Divisio/Divisione: Magnoliophyta Takht. & Zimmerm. ex Reveal, 1996 (Flowering plants/Piante con fiori)
Subdivisio/Sottodivisione: Magnoliophytina Frohne & U. Jensen ex Reveal, 1996
Classis/Classe: Rosopsida Batsch, 1788
Subclass/sottoclasse: Asteridae Takht., 1967
SuperOrdo/Superordine: Asteranae Takht., 1967
Ordo/Ordine: Asterales Lindl., 1833
Familia/Famiglia: Asteraceae Dumortier, 1822 o Compositae Giseke, 1792
Subfamilia/Sottofamiglia: Scorzoneroideae Burmeist., 1837
Tribus/Tribù: Tragopogoneae Schultz-Bip., 1834
Subtribus/Sottotribù: Tragopogoninae (Schultz-Bip.) Schultz-Bip. in Webb & Be, 1850
Genus/Genere: Tragopogon L. (1753)
Specie: Tragopogon porrifoliuns L. var. sativus Gaterau Br.-Bl.


Sistematica della Scorzobianca (Tragopogon porrifolius L. var. sativus Gaterau Br.-Bl.) sec. il sistema APG II

Superdominium/Superdominio: Biota
Kingdom/Regno: Plantae (Plants/Piante)
Clade: Angiosperme
Clade: Eudicotiledoni
Clade: Nucleo delle tricolpate
Ordo/Ordine: Asterales Lindl., 1833
Familia/Famiglia: Asteraceae Dumortier, 1822 o Compositae Giseke, 1792
Tribus/Tribù: Tragopogoneae Schultz-Bip., 1834
Genus/Genere: Tragopogon L. (1753)
Specie: Tragopogon porrifoliuns L. var. sativus Gaterau Br.-Bl.




La scorzobianca, in altre lingue, ha i seguenti nomi comuni: in francese salsifis; in inglese salsify; in spagnolo salsifi blanco; in tedesco haferwur-zel. In italiano ha una nutrita nomenclatura comune: baciapreti, salsefica, barba di becco comune, barba di becco violetta, raperonzolo selvatico, scorzobianca selvatica. La varietà sativus Gaterau Br.-Bl. é, più specificamente, chiamata scorzobianca

Caratteri botanici, origine e diffusione
La scorzobianca o salsefrica o salsifi o barba di becco appartiene alla famiglia delle Compositae o Asteraceae ed e originaria del Sud Europa. E’ un ortaggio noto sin dall'antichità. Dioscuride infatti ne parla attribuendogli il nome di Tragopogon. Sotto la medesima dizione lo si trova in Teofrasto e successivamente in Plinio. Alberto Magno chiama la pianta Oculus porci e ne esalta la bontà della radice.
La scorzobianca e pianta biennale, produce una radice fittonante (parte edule) lunga 15-30 cm, con diametro di 2-2,5 cm. Nella parte superiore la radice é più grossa; il suo colore esterno é bianco giallastro, mentre l'interno é completamente bianco. Le foglie sono dilatate amplessicauli alla base e lineari all'apice. Lo stelo fiorale, che generalmente si forma nella primavera del secondo anno di coltura, raggiunge i 60-120 cm di altezza, é glabro, semplice o ramificato e porta capolini piani con peduncoli superiormente dilatati a clava e con foglioline dell'involucro più lunghe dei fiori. I fiori sono di colore rosso violaceo, ed ermafroditi; la fecondazione e autogama ed eterogama; il frutto, “seme” del commercio, é un achenio scanalato di colore bruno chiaro lungo 12-14 mm, largo 1-2 mm. l g contiene 85-120 “semi”. La germinazione a 20-30 °C avviene dopo 14-20 giorni.

Figura 1 – Pianta di scorzobianca. Figura 2 – Fiore di scorzobianca.
Figura 3 – Frutto di scorzobianca. Figura 4 – “Pappo” di scorzobianca contenente una trentina di semi.
Figura 5 – Radici di scorzobianca raccolte, lavate e confezionate per la commercializzazione.

Tecnica colturale
La scorzobianca non richiede particolari esigenze climatiche, essa risulta comunque più sensibile alle gelate della scorzonera. I terreni limo-sabbiosi, profondi, permeabili, con pH superiore a 6,5 non troppo fertili, risultano i più idonei ad ospitare la coltura, anche perché un’eccessiva ricchezza del terreno causerebbe l’inscurimento della radice con conseguente diminuzione della qualità commerciale. L’impianto viene effettuato mediante semina diretta in febbraio-maggio oppure luglio-agosto con 10-15 kg/ha di “seme”, adottando distanze di 20-25 cm tra le file e 8-10 cm lungo la fila.
Le operazioni colturali si riducono a sarchiature e al diradamento da effettuarsi quando le piantine hanno raggiunto 3-5 cm di altezza lasciandole alla distanza prestabilita. E’ invece opportuno procedere alla eliminazione delle piante prefiorite, in quanto prive di valore commerciale.
La concimazione é analoga a quella della scorzonera. Durante i periodi di carenza di pioggia, la coltura deve essere irrigata. La raccolta inizia ad ottobre e continua sino a marzo-aprile in relazione all'epoca di semina. Si può effettuare a mano o a macchina e si interviene al momento in cui le radici hanno raggiunto le massime dimensioni consentite dalle cultivar. Le radici affusolate e non biforcate vengono commercializzate in mazzi da dieci circa. Sotto il profilo nutrizionale contengono vitamine e sali minerali.
La raccolta avviene 150-210 giorni dopo la semina e la produzione ammonta a 15-25 t/ha. Le radici possono essere conservate per periodi brevi in locali freschi oppure, quando si desidera prolungare la conservazione per 3-4 mesi, in celle frigorifere a 0 °C e umidità relativa elevata (90-95%). Limitato appare il numero delle cultivar attualmente impiegate e tra le piu diffuse si ricordano: “Bianca migliorata” e “Mammouth”.
E’ una coltura che può essere aggredita facilmente dal carbone causato da Ustilago tragopogonis pratensis (Pers.) Roussel, dalla ruggine bianca provocata da Albugo tragopogonis Pers. e dal mal bianco indotto da Erysiphe cichoracearum DC.

Preparazioni in cucina della scorzobianca
- Riso alla barba di becco (scorzobianca)
Ingredienti: radice di barba di becco 300 g, riso 300 g, brodo 1 L, burro 50 g, cipolla 1, olio, parmigiano, matricaria.
Preparazione: lessare la scorzobianca e aggiungerla alla cipolla tritata, all'olio ed a una parte del burro, soffriggendo lentamente. Si aggiunga poi il riso ed il brodo, salando e rimescolando. Togliere a cottura e cospargere con formaggio grattugiato. A piacere, pochissima matricaria tritata darà un'aroma particolare, appena amarognolo.
- Radice di barba di becco al sugo
Ingredienti: radice di barba di becco, sugo di carne, timo, olio, pamigiano, sale.
Preparazione: pulire bene le radici. Tagliarle in dischetti sottili che verranno fritti in olio, con sale e timo. Si uniscano al sugo di carne facendo cuocere a fuoco lento fino a cottura. Aggiungere infine il parmigiano prima di servire.
- Barbe di becco gratinate
Ingredienti: germogli di barba di becco, besciamella, prosciutto crudo, formaggio fresco.
Preparazione: scegliere i germogli più sani privandoli delle foglie appassite e lessarli in acqua salata. In una pirofila imburrata si deporranno vicini, a coprire tutto il piano. Posarvi sopra sottili fette di prosciutto e fettine di formaggio. Eventualmente fare un altro strato nella stessa maniera. Su tutto verrà versata la besciamella e si infornerà fino a doratura.

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Scorzonera (Scorzonera hispanica L.)

Sistematica della Scorzonera (Scorzonera hispanica L.) sec. il sistema Cronquist
Superdominium/Superdominio: Biota
Domain/Dominio: Eucariota (Eukaryota o Eukarya/Eucarioti)
Kingdom/Regno: Plantae (Plants/Piante)
Subkingdom/Sottoregno: Tracheobionta (Vascular plants/Piante vascolari)
Superdivisio/Superdivisione: Spermatophyta (Seed plants/Piante con semi)
Divisio/Divisione: Magnoliophyta Takht. & Zimmerm. ex Reveal, 1996 (Flowering plants/Piante con fiori)
Subdivisio/Sottodivisione: Magnoliophytina Frohne & U. Jensen ex Reveal, 1996
Classis/Classe: Rosopsida Batsch, 1788
Subclass/sottoclasse: Asteridae Takht., 1967
SuperOrdo/Superordine: Asteranae Takht., 1967
Ordo/Ordine: Asterales Lindl., 1833
Familia/Famiglia: Asteraceae Dumortier, 1822 o Compositae Giseke, 1792
Subfamilia/Sottofamiglia: Scorzoneroideae Burmeist., 1837
Tribus/Tribù: Scorzonereae D. Don, 1829
Subtribus/Sottotribù: Scorzonerinae Cass. ex Dumort., 1827
Genus/Genere: Scorzonera L. (1753)
Specie: Scorzonera hispanica L. (1753)

Sistematica della Scorzonera (Scorzonera hispanica L.) sec. il sistema APG II
Superdominium/Superdominio: Biota
Kingdom/Regno: Plantae (Plants/Piante)
Clade: Angiosperme
Clade: Eudicotiledoni
Clade: Nucleo delle tricolpate
Ordo/Ordine: Asterales Lindl., 1833
Familia/Famiglia: Asteraceae Dumortier, 1822 o Compositae Giseke, 1792
Tribus/Tribù: Scorzonereae D. Don, 1829
Genus/Genere: Scorzonera L. (1753)
Specie: Scorzonera hispanica L. (1753)




La scorzonera ha i seguenti nomi comuni: in francese scorzonère; in inglese black salsify, black oyster plant; in spagnolo escorzonera, salsifis negro, escorzonera; in tedesco schwarzwurzel o geissbart; in olandese schorsener; in danese skorsonerrod; in portoghese escorcioneira.

Caratteri botanici, origine e diffusione
La scorzonera appartiene alla famiglia delle Compositae o Asteracee ed è originaria dell'Europa centrale e meridionale. È una specie orticola relativamente giovane, considerando che i botanici del secolo XVI parlano di essa ancora come pianta selvatica. Il nome deriva da una parola italiana “scorzone” che è un viperide di colore nero e velenoso. La scorzonera è una pianta perenne; annuale in coltura. Fornisce una radice commestibile grossa, fittonante (parte edule) di 20-30 cm di lunghezza e 3-4 cm di diametro, con colorazione nerastra all'esterno e polpa bianca e consistente (figura 6). Il sapore tende all’amarognolo. Spesse volte nella zona corticale è ricca di succo lattiginoso biancastro che fuoriesce allorché la radice stessa viene lesionata. Le foglie sono dilatate amplessicauli alla base ed oblunghe lanceolate all'apice; esse sono lisce o appena denticolate, di colore verde lucente, pallide nella pagina inferiore, con nervatura mediana piuttosto grossa, e lunghe 20-30 cm (figura 7). Lo stelo fiorale, che si forma generalmente nella primavera dell'anno successivo a quello di semina, è glabro, ramificato, lungo dai 60 ai 125 cm.
Ogni ramificazione porta un capolino terminale piano, di colore giallo, composto da numerosi flosculi a linguetta lineare e troncata, più corta nei flosculi centrali (figura 8). Il fiore si apre molto presto la mattina (figura 9), subito dopo la levata del sole e si chiude verso mezzogiorno. La fecondazione può essere autogama ed allogama. Il frutto è un achenio lungo e sottile, biancastro, scanalato. Un grammo contiene 75-100 semi. La germinazione ad una temperatura di 20-30 °C avviene in 12-14 giorni. La capacità germinativa dei semi, comunque, si perde molto rapidamente; dopo un anno essa infatti risulta notevolmente diminuita e quindi per le semine è bene impiegare sempre fresco.

Tecnica colturale
La scorzonera non presenta esigenze climatiche particolari; può resistere anche alle gelate; solamente a -15 °C si possono registrare danni alle radici. Il terreno, invece, deve essere profondo, tendente allo sciolto o di medio impasto, ricco di sostanza organica con pH da 6,5 a 7,4. Nei terreni molto sabbiosi le radici risultano piccole, non sufficientemente lunghe, mentre in quelli molto pesanti appaiono piu lunghe ma fini e diventa problematica la loro raccolta. Nell'avvicendamento puo essere considerata una coltura da rinnovo o intercalare in relazione all'epoca di semina.
L'impianto su terreno lavorato in profondità avviene mediante semina diretta effettuata in febbraio-maggio od in luglio-agosto. In generale si semina a file distanti 25-30 cm (figura 7). Sono necessari 10 kg/ha di seme se il prodotto e destinato al consumo fresco e 12-15 kg se destinato all'industria. Con il diradamento, le piante verranno distanziate sulla fila a 5-7 cm.
Per la concimazione si consigliano dosi di 100-150 kg/ha di N, 80-120 kg/ha di P2O5, 150-180 kg/ha di K2O. E una pianta che si avvale anche della concimazione organica (20-40 t/ha di letame ben maturo), che preferibilmente pero dovrebbe essere eseguita alla coltura precedente. I 2/3 della concimazione azotata é opportuno vengano distribuiti in copertura.
Molto importante, trattandosi di coltura a semina diretta, appare il diserbo chimico. Nei Paesi nordici viene eseguito in preemergenza, distribuendo su terreno ben umidificato Alipur o Chlorpropham.
L’irrigazione e pratica indispensabile durante il periodo primaverile-estivo. Il numero delle adacquate varia in base all'ammontare delle precipitazioni. Le lavorazioni secondarie consistono in 2 o 3 sarchiature, nel diradamento, nonché nel taglio degli steli fiorali, appena compaiono, ciò al fine di consentire un migliore ingrossamento delle radici che rimangono anche piu tenere.
La raccolta inizia da ottobre a marzo a seconda dell'epoca di semina. Essa può essere eseguita a mano o a macchina, ponendo molta attenzione a non rompere le radici le quali risultano molto fragili. La produzione oscilla da 20 a 30 t/ha e può essere conservata per 3-4 mesi in celle frigorifere a 0 °C e U.R. del 90-95%. Occorre precisare che un prodotto non completamente maturo, raccolto quindi troppo anticipatamente, puo subire, durante i processi di trasformazione industriale, fenomeni di cristallizzazione indesiderati.
Dal punto di vista nutritrivo la radice della scorzonera e ricca di vitamine e soprattutto di vitamina E (6 mg/100 g di radici fresche), vit. B, e vit. B2 ed elementi minerali (3 mg di Fe, 6 mg di P, 60 mg di Ca per 100 g di radici). Il suo gusto particolare e dato dalla presenza di numerosi glucosidi, come inulina, asparagina, laricina ecc. E’ considerato un ortaggio molto fine. Esso, oltre che per il consumo fresco, e utilizzato anche dall'industria conserviera per la produzione di surgelati e di prodotti al naturale in scatola.
Le cultivar non sono numerose. Si possono ricordare: “Gigante di Russia”, le selezioni olandesi “Duplex” e “Prodola”, “Derbo”, “Negro”, “Hoffmans Schwarze Peter”, nota questa ultima per la sua buona qualità.
Le avversità che possono colpire questa orticola sono molteplici, tra le piu frequenti: la ruggine dell'apparato aereo causato da Albugo tragopogonis (DC.) Gray ed il Mal bianco provocato da Erysiphe cichoracearum DC.), malattie che devono essere combattute tempestivamente con adatti fungicidi.
In antichità c’era la credenza che la radice potesse essere un antidoto contro i morsi di vipere, con il passare degli anni si è poi passati all’utilizzo come alimento.

Proprietà
Ha un buon contenuto di vitamine e sali minerali. L’acqua di cottura della Scorzonera è un’ottima bevanda diuretica . La radice risulta molto digeribile
Radici di scorzonera Coltivazione della scorzonera Fioritura della Scorzonera hispanica Macro del fiore di scorzonera ripico delle asteracee
Figura 6 - Radici di scorzonera. Figura 7 - Coltivazione della scorzonera. Figura 8 – Fioritura della Scorzonera hispanica. Figura 9 – Macrofotografia del fiore di Scorzonera hispanica, tipico della famiglia delle asteracee.

Uso in cucina
La radice si lessa e si utilizza per purè, insalate tiepide.
Le foglie si consumano esclusivamente da giovani in insalate.

Alcune ricette gastronomiche:
Risotto con scorzonera
Preparazione
Rosolare per 2-3 minuti, a calore moderato, una brunoise di scalogno con il burro fuso.
Aggiungere la scorzonera tagliata a dadini e poi il riso.
Lasciare insaporire qualche minuto, bagnare con il vino e farlo ridurre della metà.
Versare tanto brodo caldo quanto basta per coprire il riso a filo.
Mescolare di tanto in tanto e far cuocere per 15 minuti circa, aggiungendo il brodo man mano che quello precedentemente versato sarà stato assorbito.
Tagliare le parti verdi del porro a listerelle, unirle alla preparazione e lasciare cuocere per un paio di minuti.
Spegnere la fiamma, mantecare con metà panna ed il grana e aggiustare di sale.
Distribuire la preparazione nei piatti, guarnire con la restante panna e servire.

Ingredienti e dosi per 4 persone:
• 1 scalogno;
• 30 g di burro;
• 350 g di scorzonera;
• 320 g di riso;
• 1/2 bicchiere di vino bianco;
• 120 cL di brodo di gallina;
• 1 porro;
• 40 g di formaggio grana grattugiato;
• 4 cucchiai di panna montata;
• Sale.

Scorzonera baltica al burro
Prendere una ciotola di vetro medio-grande, riempitela d’acqua fino a tre quarti, aggiungere un’abbondante spruzzata di aceto e la farina e mescolate.
Riempire d’acqua una pentola media, salare, aggiungere il latte e metà del succo di limone e aspettare che arrivi a ebollizione.
Dopo aver infilato un paio di guanti di gomma (la scorzonera emette un lattice appiccicoso che tinge le mani), strofinare le radici con la spazzola per le verdure e asportare lo strato nero esterno (si può usare anche un un coltellino affilato). Man mano che si puliscono le radici, metterle subito nella ciotola con l’acqua acidulata (altrimenti si scuriscono per ossidazione).
Se sono troppo lunghe tagliarle a metà.
Quindi mettere le radici direttamente dall’acqua acidulata a quella sul fuoco, e lasciarle bollire per una quindicina di minuti.
Tritare o, meglio, tostare (tostati sono sicuramente più aromatici) i pistacchi e grattugiare il rafano.
Far fondere il burro in un pentolino e quando sarà dorato unire l’altra metà del succo del limone e il rafano grattugiato.
Scolare la scorzonera, sciacquarla con acqua molto calda, adagiarla sui piatti, versarvi sopra il burro aromatizzato con il rafano e il limone e cospargerla con i pistacchi tritati.

Ingredienti:
• 3 radici di scorzonera;
• aceto di vino bianco;
• un cucchiaio di farina;
• un limone;
• una decina di pistacchi;
• un pezzetto di rafano;
• 50 grammi di burro di centrifuga;
• mezzo bicchiere di latte.

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Acetosa (Rumex acetosa L.)

Sistematica dell'Acetosa (Rumex acetosa L. o R. scutatus L.) sec. il sistema Cronquist
Superdominium/Superdominio: Biota
Domain/Dominio: Eucariota (Eukaryota o Eukarya/Eucarioti)
Kingdom/Regno: Plantae (Plants/Piante)
Subkingdom/Sottoregno: Tracheobionta (Vascular plants/Piante vascolari)
Superdivisio/Superdivisione: Spermatophyta (Seed plants/Piante con semi)
Divisio/Divisione: Magnoliophyta Takht. & Zimmerm. ex Reveal, 1996 (Flowering plants/Piante con fiori)
Subdivisio/Sottodivisione: Magnoliophytina Frohne & U. Jensen ex Reveal, 1996
Classis/Classe: Rosopsida Batsch, 1788
Subclass/sottoclasse: Caryophyllidae Takht., 1967
SuperOrdo/Superordine: Polygonanae Takht. ex Reveal, 1992
Ordo/Ordine: Polygonales Dumort., 1829
Familia/Famiglia: Polygonaceae Juss. 1789
Subfamilia/Sottofamiglia: Rumicoideae Leurss., 1880
Tribus/Tribù: Rumiceae Dumort., 1827
Subtribus/Sottotribù: Rumicinae C. Mey ex Ledeb., 1850
Genus/Genere: Rumex L. 1753
Species/Specie: Rumex acetosa L. 1753
Subspecies/Sottospecie: Rumex acetosa L. ssp acetosa L.
Rumex acetosa L. ssp alpestris (Jacq.) A. Löve
Rumex acetosa L. ssp pseudoxyria Tolm.
Rumex acetosa L. ssp thyrsiflorus (Fingerh.) Hayek

Il nome comune italiano di Rumex acetosa L., di tutte le quattro sottospecie sopra indicate, è romice acetosa o, semplicemente acetosa o erba brusca, rosa canina, rosa di macchia. In inglese si chiama sorrel, negli Stati Uniti è nota come garden sorrel, in francese è detta grande oseille, in tedesco wiesensauerampfer, in spagnolo acedera común, in portoghese azeda-brava, in olandese zuring ed in danese syre.
In Italia è distribuita su tutto il territorio nazionale, mentre in Europa su buona parte della superficie (Figura 10). Negli U.S.A. ed in Canada la distribuzione è indicata nella figura 11. L’acetosa è una pianta piuttosto comune nei prati di tutta la penisola italiana, le cui foglie coriacee emanano odore erbaceo e hanno sapore acidulo.
Gli egizi, i greci e i romani utilizzavano l’acetosa per favorire la digestione dopo un pasto abbondante.Nei lunghi viaggi in nave attraverso i mari di tutto il mondo, ai marinai veniva prescritta l’acetosa come rimedio contro lo scorbuto. Probabilmente il nome di acetosa romana o romice scudato deriva proprio dalle foglie a forma di scudo, simili agli scudi delle truppe di Giulio Cesare. Carlo Magno promosse la sua coltivazione nei giardini dei chiostri. I medici medioevali la ritenevano capace persino di curare la peste e il colera.
Nelle zone di campagna in primavera i bambini erano soliti sgranocchiare le foglie aspre della pianta che, sebbene purifichi il sangue, in grandi quantità non è molto salutare poiché contiene acido ossalico.
Con i semi macinati, alcune tribù indiane del Nordamerica facevano una specie di focaccia.
Il termine latino rumex indica probabilmente un tipo di alabarda, la cui forma è simile a quella delle foglie astato-sagittate di alcune specie di questo genere, comunque un termine che si riferisce alle foglie, indicandone la caratteristica increspatura.

Figura 10 – Distribuzione di Rumex acetosa in Europa. Figura 11 – Distribuzione di Rumex acetosa negli Stati Uniti ed in Canada.


Botanica: l’acetosa è una pianta erbacea, perenne, rustica, fornita di una radice ingrossata dalla quale in primavera si sviluppa un fusto eretto, semplice o poco ramificato, che può arrivare all'altezza di un metro (figura 12).
Le foglie sono di due tipi: quelle basali, che formano una rosetta, sono lungamente picciolate ed hanno forma astata (figura 12), quelle inserite lungo il fusto sono sessili ed amplessicauli, cioè non hanno picciolo ed abbracciano il fusto (figura 13). Le foglie, disposte alternativamente lungo lo stelo, hanno un sapore ed un odore decisamente acidulo che, più lieve a primavera, si intensifica poi con l'avanzare delle stagioni.
I fiori, minuscoli, con perigonio erbaceo persistente diviso in lacinie, sono distinti in maschili e femminili e sono portati da piante differenti, per cui si hanno piante maschili e piante femminili (l’acetosa, pertanto, è una pianta dioica e dicline) e sono disposti in densi verticilli su una pannocchia racemosa e slanciata. I fiori hanno i tepali, forma intermedia tra sepali e petali, di colore rossiccio (figura 14).
I piccoli e caratteristici frutti sono diclesi peduncolati, cuoriformi, coperti dalle lacinie interne del perianzio, conniventi come valve, membranacee e trasparenti, che a maturazione si ripiegano verso il basso. Il frutto è un achenio ricoperto dai tepali persistenti che assumono colore rosso ruggine (figura 15), contenente i semi, di 1,2 mm di lunghezza e 1,0 mm di larghezza (figura 16).

Figura 12 – Pianta di Rumex acetosa e le foglie basali a rosetta. Figura 13 – Foglie inserite lungo il fusto, sessili, amplessicauli. Figura 14 – Pannocchia costituita da fiori maschili e femminili. Figura 15 – Frutti che sono acheni ricoperti dai tepali persistenti. Figura 16 – Semi tipici della famiglia delle Polygonaceae.


Diffusione e habitat: é diffusa in tutta Italia, dal mare ai monti (0-2000 m. di altitudine), in luoghi aperti e lungo i corsi d'acqua. Cresce nei prati e in terreni umidi e fiorisce da maggio ad agosto.
La destinazione può essere quella dell’orto familiare. Il ciclo di coltivazione è annuale o poliannuale (2-3 anni). L’unica varietà, la hortensis è quella coltivata ed è caratterizzata dall’avere una minore quantità di ossalati.
predilige un clima alla semina preferibilmente fresco anche se è pianta rustica. Durante il ciclo vegetativo vuole un clima temperato. La temperatura ottima di crescita (media mensile) e 15-18 °C. La temperatura minima di crescita (media mensile) è di 5-9 °C. Prefiorisce in presenza di un clima caldo. Impiega a germinare in terra 8-15 giorni . Per l’umidità necessaria alla semina mostra grande adattabilità. Durante lo sviluppo é poco esigente in fatto di acqua.
Terreno: ha bisogno di un pH compreso tra 5 e 6,8 . Circa la natura del terreno è una pianta di notevole adattabilità: la Rumex acetosa predilige un terreno argilloso e ricco, mentre la Rumex acetosella, le cui foglie anziché acidule sono amare, predilige un substrato sabbioso, asciutto e acido.
Concimazione: la coltura di acetosa asporta per ettaro e per 100 kg di prodotto: kg 0,64 di N, kg 0,12 di P2O5 e kg 0,20 di K2O. Il rapporto di concimazione più usato é: N=3 - P2O5=1 - K2O=1.
Consiglíabile l'impiego del letame in medie dosi. La concimazione in copertura consiste in eventuali nitratature.
Rotazione: l’acetosa è trattata come una coltura sarchiata. La consociazione non è usata.
Semina: l’poca della semina all’aperto é marzo-aprile. La quantità di seme necessaria per m2 è 12 g. La distanza tra le file é 20 cm. La profondità di semina è 0,5 cm. La ripichettatura può essere vantaggiosa. Da 1 g di seme si ottengono 500 piantine per il trapianto. Da 1 m2 di semenzaio si ottengono 500-700 piantine per il trapianto. Da 1 m2 di semenzaio si ottengono 3-4 m2 di superficie messa a dimora. Per 100 m2 a dimora occorrono 3-4 m2 di semenzaio.
La semina a dimora si effettua a marzo-aprile ed a settembre, con una distanza tra le file di 20-30 cm ed una distanza sulla fila di 20-25 cm, una profondità di semina di 0,5 cm, una quantità di seme per 100 m2 di g 25-30, una quantità di seme per metro lineare di di fila di g 0,05-0,1. Il diradamento sulla fila si effettua a 10-20 cm.
Trapianto: Trapianto: si effettua in aprile-maggio, a 15 giorni dopo la semina, quando le piantine sono alte 7-10 cm, con 4-6 foglie. Le piantine da trapiantare vanno ridotte nell’apparato fogliare e radicale. Si usano 15-20 piante a dimora per ogni metro quadrato, con una distanza tra le file di 25-35 cm ed una distanza sulla fila di 20-25 cm, ad una pofondità d’impianto tale da porre il colletto a livello del terreno.
Altre operazioni colturali: la scerbatura non è indispensabile nei primi stadi di sviluppo. La rincalzatura non è necessaria. L’irrigazione si effettua solo se si verificano forti siccità. Con la cimatura bisogna eliminare lo scapo fiorale con lo scopo di favorire l'emissione di nuove foglie. I trattamenti antiparassitari ed il diserbo non sono necessari.
Raccolta e produzione: la pianta si può raccogliere tutto l'anno, anche radendo la piantina in quanto la radice emetterà nuovamente. La raccolta manuale si esegue in marzo-giugno e ottobre-novembre. Gli indici di maturazione sono correlati alla dimensione delle piantine o delle oglie.La coltivazione di acetosa occupa il terreno per 4 mesi oppure per 2-3 anni. La raccolta si effettua 30-50 giorni dopo il trapianto oppure 60-70 giorni dalla semina. Circa la durata della raccolta, questa avviene in modo scalare con lo stacco delle foglie basali. La produzione per ettaro è di 200-250 q/ha. La produzione per pianta è di g 150.
Uso in cucina: Le foglie dell'acetosa possono venire mangiate come fossero spinaci, cioè dopo averle lessate, oppure possono venire aggiunte alle minestre.
Un accorgimento per rendere questa verdura più gradita consiste nel cambiare l'acqua, una volta, durante la cottura, in modo da ridurre il tipico sapore acidulo.
Le foglie tenere possono anche venir mangiate crude in insalata. Un altro utilizzo dell'acetosa consiste nel preparare una salsa verde adatta in particolare al pollame e al pesce. Il procedimento è il seguente: si lavano e poi si lessano una manciata di foglie di acetosa e mezza manciata di foglie di crescione assieme ad una cipolla (che poi va tolta), quindi si mescola il tutto con olio, aceto, sale e pepe fino ad ottenere una massa cremosa.
In alcune ricette le foglie apicali vengono usate con l'Oxalis acetosella per la preparazione di frittate.
Sono di seguito riportate alcune ricette culinarie, dove l'acetosa occupa un posto preminente:

Omelette per 4 persone:
250 g di farina
1 cucchiaino di sale
5 uova
3 dl di latte
2 dl d’acqua
olio d’oliva per friggere

Ripieno:
1 cipolla
8 manciate di foglie di acetosa (solo le foglioline giovani, tenere)
1 cucchiaio di olio d’oliva
un po’ di sale e pepe macinati

Pastella dell’omelette (figura 17):
Versare la farina e il sale in una scodella e formare un buco al centro.
Mettere le uova, il latte e l’acqua in un recipiente graduato e mescolare bene.
Versare il liquido nel buco e mescolare con farina finché non si forma una pastella liscia.
Fare riposare la pastella a temperatura ambiente per 30 minuti.

Ripieno:
Sbucciare la cipolla e tritarla finemente.
Lavare le foglie di acetosa e togliere il gambo.
Stufare la cipolla nell’olio d’oliva.
Aggiungere l’acetosa ancora umida e farla stufare per circa minuto finché non appassisce.
Aggiungere il sale e il pepe e mettere da parte.
Scaldare l’olio d’oliva in una padella antiaderente. Versare la pastella dell‘omelette con il mestolo e spanderla in modo uniforme. Dorare l’omelette a fuoco medio da entrambi i lati.
Distribuire l‘acetosa sulle omelette, arrotolare e servire subito.

Figura 17 – L'omelette all'acetosa, un’interessante e gustosa preparazione culinaria.


Proprietà: le foglie sono particolarmente ricche di vitamina C. La pianta contiene ossalato di ferro, acido ossalico e ferro. Può avere proprietà diuretiche, rinfrescanti, antinfiammatorie, febbrifughe, essendo ricca di ossalati e di antrachinoni.
Discrete proprietà emmenagoghe, stomachiche. Le foglie sono consumate fresche come blando depurativo, oppure si usa un infuso di 30 g di radici per 1 L d'acqua. Può essere usata per curare l'acne, le pelli grasse e la puntura di insetti, usando un decotto di 15 g di foglie fresche per 1 L d'acqua, e bevendone due tazze al giorno sempre lontano dai pasti. Con le foglie decotte si prepara un cataplasma utile per curare gli ascessi. Per uso esterno, come pediluvio per favorire la circolazione e il decongestionamento, si prepara un decotto d 50 g per 2 L d'acqua poi uniti all'acqua del pediluvio.
Proibita a quanti soffrono di calcoli, artrite, gotta, reumatismi, iperacidità. In caso di elevata ingestione di foglie crude sono stati riscontrati avvelenamenti con lesioni renali in bambini.
Incompatibilità con le acque minerali e con i contenitori in rame.

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Alchechengio (Physalis alkekengi L. o P. alkekengi var peruviana L. e P. pruinosa L.)

Sistematica dell'alchechengio (Physalis alkekengi L. 1753) sec. il sistema Cronquist
Dominium/Dominio: Eucariota Whittaker & Margulis,1978
Superdominium/Superdominio: Biota
Regnum/Regno: Plantae Haeckel, 1866
Subregnum/Sottoregno: Viridaeplantae Cavalier-Smith, 1998 (Piante verdi)
Superdivisio/Superdivisione: Spermatophyta Gustav Hegi, 1906 (Piante con semi)
Divisio/Divisione o Phylum: Tracheophyta Sinnott, 1935 ex Cavalier-Smith, 1998 -
Subdivisio/Sottodivisione: Magnoliophytina Frohne & U. Jensen ex Reveal, 1996
Classis/Classe: Magnoliopsida
Subclassis/Sottoclasse: Asteridae Brongniart, 1843
SuperOrdo/SuperOrdine: Solananae R. Dahlgren ex Reveal, 1992
Ordo/Ordine: Solanales Dumortier, 1829
Subordo/Sottordine: Solanineae Engl., 1898
Familia/Famiglia: Solanaceae A.L. de Jussieu, 1789
Tribus/Tribù: Physalideae Miers, 1849
Genus/Genere: Physalis

Sistematica dell’alchechengio (Physalis alkekengi L. 1753)sec. il sistema APG II
Superdominium/Superdominio: Biota
Kingdom/Regno: Plantae (Plants/Piante)
Clade: Angiosperme
Clade: Eudicotiledoni
Clade: Angiosperme tricolpate
Clade: Nucleo delle tricolpate
Clade: Asteridi
Clade: Euasteridi I
Solanales
Solanaceae
Genus/Genere: Physalis



L’alchechengio è una pianta perenne di origine europea e asiatica. Il fusto è eretto, ramificato e può raggiungere il metro di altezza.
Le foglie sono di forma ovali di 5-8 cm di lunghezza e di colore verde chiaro. Le foglie contengono solanina e quindi sono tossiche per l'organismo, può provocare vomito, diarrea, mal di testa.

Origine e Diffusione: Date le sue proprietà omeopatiche e medicinali l’alchechengio è una pianta coltivata fin dall'antichità. E’ originaria delle zone tropicali e del Giappone ed è ora diffusa negli Stati Uniti, in Europa ed in Italia. In Italia è noto con il nome di “alchechengio”, in inglese si chiama “winter cherry” o “chinese lantern”, negli Stati Uniti “strawberry groundcherry”, in Francia “coqueret” o “alkékenge”, in Germania “lampionblume” o “judenkirsche”, in Spagna “vejiga de perro” o “alquequenje”, in Portogallo “alquequenje” o “alkekengi”, in Olanda “lampionpiant”, in Danimarca “jǿdenkisebaer”.

Botanica: L'Alchechengio é una pianta erbacea perenne coltivato come pianta vivace in molte regioni d'Italia, specie meridionali, dove la temperatura non scende sotto lo zero.
Forma un cespuglio alto 50-70 cm con steli erbacei semieretti.
Le foglie sono ovali-lanceolate (3-6 x 5-10 cm).
I fiori presentano una corolla bianca o giallastra (figura 18), sono isolati all'ascella dei rami mediani e presentano un calice vescicoloso pergamenaceo di colore rosso arancio che avvolge il frutto (Figura 11). Quest'ultimo si riconosce facilmente per i calici che lo avvolgono e lo contengono, sono simili a piccoli lampioni prima verdi, poi arancioni a completa maturazione della bacca. Al tatto il calice ha consistenza quasi cartacea e spesso è poroso. Ci si aspetta la consistenza fragile di un petalo ma se si cerca di spezzarlo è molto più tenace e resistente. Nonostante ciò si apre facilmente a mani nude. I frutti e le brattee che lo avvolgono non sono da confondere con i quelli di Physalis peruviana (specie chiamata anche “cape gooseberry”) che sono della stessa forma e struttura ma beige oppure con quelli di Physalis ixocarpa che produce una bacca molto più grossa, verde (o porpora) e simile a un pomodoro, sempre, però, rivestita da un calice verde (o porpora) con forma simile a quello dell’alchechengio.
Il frutto, come già detto, è una bacca sferica rosso arancio, grossa come una ciliegia di sapore acidulo-amarognolo; contiene numerosi piccoli semi. Rappresenta l’unica parte commestibile della pianta. In genere le bacche sono mature a settembre ed hanno la forma di una piccola ciliegia. Dalle bacche, ricche in sostanza pectiche si può ricavare un'ottima marmellata. Si possono mangiare da sole o aggiunte alle insalate. Se seccate leggermente si possono mettere sott'aceto o in salamoia. Contiene una grandissima quantità di vitamina C, acido citrico, tannino e zucchero. In erboristeria si usava per le malattie in cui c'era bisogno di un'azione diuretica marcata. Vengono preparate candite o ricoperte di cioccolato fondente.
L'alchechengio è un ortaggio minore di cui vengono utilizzati, come già detto, i piccoli frutti carnosi e aciduli, spesso a scopo ornamentale. Si propaga per seme, raramente per talea (le specie perenni). I frutti si raccolgono quando sono completamente colorati e si conservano facilmente. Raramente vengono coltivati a scopo commerciale in quanto i frutti aciduli e profumati contengono molti semi.
Diverse sono le specie conosciute:
• l’alchechengio comune (Physalis alkekengi L.);
• l’alchechengio giallo-dolce (Physalis peruviana L.) che si trova spontaneizzata in Liguria e isole Eolie. Simile alla precedente ma con steli alti fino a 1 metro e molto tomentosi, con foglie larghe, cordate alla base, corolla gialla con cinque macchie rosse o brune (figura 19); i frutti sono giallo-arancio, di sapore dolce. I suoi frutti vengono usati in pasticceria;
• l’alchechengio annuale (Physalis pubescens L.) che è una pianta annuale simile all'alchechengio comune, ma densamente tomentosa e spesso vischiosa. Gli steli sono alti 90 cm con foglie larghe cordate alla base; i fiori presentano una corolla gialla con cinque macchie scure; la bacca è gialla o verdastra.

Figura 18 – Fiori di Physalis alkekengi, con corolla bianca o gialla. Figura 19 – Fiori di Physalis peruviana, con corolla gialla e cinque macchie rosse.
Figura 20 – Calice vescicoloso pergamenaceo che avvolge e contiene il frutto. Figura 21 – Frutti con il residuo dei calici quasi disseccati. Le bacche sono simili a piccoli lampioni prima verdi, poi arancioni alla maturazione della bacca.
Figura 22 – Sezione di una bacca di alchechengio per la raccolta dei semi. Figura 23 – Dopo aver raccolto nel passino tutti i semi, si eliminano le tracce di polpa sotto acqua corrente; poi i semi sono messi ad asciugare e poi conservati.


Habitat e Coltivazione: predilige terreni asciutti e la si può trovare in natura nei boschi in luoghi leggermente umidi. Gradisce molto i raggi del sole diretti e se possibile posizionarla nella posizione più soleggiata. Queste piante sono erbacee perenni. Questa pianta in estate assume una colorazione arancio bianco. Il ciclo di coltivazione è annuale. In Italia è coltivata un’unica varietà.

Clima: la coltivazione dell’alchechengio necessita di un clima temperato alla semina, soleggiato e caldo durante il ciclo vegetativo. La temperatura ottomale di crescita (media mensile) è di 21-23 °C; la temperatura minima di crescita è di 18 °C. Circa l’umidità necessaria alla semina questa specie presenta una notevole adattabilità, mentre media è la sua esigenza in acqua durante lo sviluppo. Impiega a germinare in germinatoio 5-8 giorni con temperatura ottimale di 20-25 °C, 14 giorni con temperatura minima di 20°C; in terra impiega a germinare 10-15 giorni.

Terreno: ha bisogno di un pH compreso tra 5,5 e 6,8 . Circa la natura del terreno è una pianta di notevole adattabilità.

Concimazione: il rapporto di concimazione più usato è: N = 1, P2O5 = 2, K2O = 2.
Consiglíabile l'impiego del letame in elevate quantità. Ha elevate esigenze di boro ed ha la caratteristica di essere insensibile alle elevate concentrazioni saline della soluzione, per cui si presta ad essere coltivata in terreni relativamente aridi e salsi. La concimazione in copertura consiste in nitratature e perfosfati, in relazione all’analisi del suolo.

Rotazione e consociazione:l’alchechengio è una coltura da rinnovo e non deve seguire a se stessa, le altre solanacee, la barbabietola e le cucurbitacee. La consociazione non è usata.

Semina: l’epoca della semina in semenzaio è a febbraio-marzo. All’aperto é marzo-aprile. La quantità di seme necessaria per m2 è 2 g. La disinfezione del seme si esegue immergendolo in acqua a 50°C per 25 minuti e poi in una soluzione di solfato di rame all’1,5 %, facendo seguire una polverizzazione con 2 g di TMTD (tetrametildiurandisolfuro) per 1 kg di seme.
La modalità di semina è a spaglio, ad una profondità di 0,5 cm. La ripichettatura può essere vantaggiosa.
Da 1 g di seme si ottengono 500 piantine per il trapianto. Da 1 m2 di semenzaio si ottengono 100 piantine per il trapianto. Da 1 m2 di semenzaio si ottengono 300-500 m2 di superficie messa a dimora. Per 100 m2 a dimora occorrono 0,2-0,3 m2 di semenzaio.
La semina a dimora non è conveniente e altrettanto dicasi per la coltivazione in serra e in tunnel.

Trapianto: Trapianto: si effettua in maggio-giugno, 60 giorni dopo la semina, quando le piantine sono alte 8-10 cm, con 4-6 foglie. Si usano 2-3 piante a dimora per ogni metro quadrato, interrandole ad una profondità d’impianto tale da porre il colletto a livello del terreno.

Altre operazioni colturali: la scerbatura non è indispensabile nei primi stadi di sviluppo. La rincalzatura non è necessaria. L’irrigazione si effettua solo se si verificano forti siccità. I trattamenti antiparassitari ed il diserbo eventuali in linea di massima non sono necessari; qualora rissultassero indispensabili sono gli stessi di quelli che interessano il pomodoro

Raccolta e produzione: la raccolta manuale si esegue in settembre-ottobre. Gli indici di maturazione dipendono dall’essicazione dele valve avvolgenti il frutto. La coltivazione di alchechengio occupa il terreno per 6-7 mesi. La raccolta si effettua 150-200 giorni dopo il trapianto. Circa la durata della raccolta, questa avviene in modo scalare in 40-50 giorni. La produzione è di 30-50 q/ha. La produzione per pianta oscilla tra 70 e 200 frutti per pianta. I residui incommestibili sono 50-70 q/ha. La produzione di alchechengio è presente sul mercato per 4 mesi.

Caratteristiche merceologiche:non sono codificate. Le norme d’uso sono il colore delle valve uniforme, ben secche, intatte, non aperte, senza macchie e frutti di colore giallo-verde.

Conservazione: non presenta difficoltà poiché avviene a temperatura ambiente. L’umidità relativa non deve superare il 70%. La durata di conservazione può giungere ad 1 mese.

Produzione di seme: avviene annualmente. I fiori sono ermafroditi, i fiori sono accoppiati o in racemi, l’impollinazione è entomofila ma prevalentemente autogama, il corredo cromosomico è 2n = 24. Gli incroci sono rari e per scongiurarli con sicurezza la distanza deve essere di 500 m. L’epoca di raccolta del seme è ottobre. La raccolta del seme si effettua manualmente dalle bacche facendole macerare e poi lavando ed essiccando il seme (figura 21 e figura 22). La produzione di seme per 100 m2 di terreno è di 200-400 g. La produzione di seme per pianta è di 1-2 g. La produzione di seme per frutto è di 0,01 g.

Semi: la durata della germinabilità è 4-5 anni; la germinabilità media effettiva è 85%; la germinabilità minima conveniente è 75%. Il numero di semi per grammo é 1.000. Il numero di semi per litro è 650.000. Un litro di semi ne contiene g 650 e 1.000 semi pesano 1 g. Per una buona conservazione del seme alla temperatura di 20°C, l’umidità del seme deve essere pari all’8% in equilibrio con 45% di UR ambiente.

Malattie trasmesse dal seme:
• cancro causato da Corynebacterium michiganense (E. F. Smith, 1910) H. L. Jensen, 1934;
• maculature fogliari da Stemphylium solani G.F. Weber, (1930), Cladosporium fulvum Cooke, 1883 (syn. Passalora fulva (Cooke) U. Braun & Crous, 2003 , Phoma destructiva Plowr., (1881);
• marciumi da Septoria lycopersici GEPS., (1881), Alternaria solani Sorauer, (1896);
• marciumi del colletto da Colletotrichum phomoides (Sacc.) Chester, (1894), Fusarium Link, (1809) spp.
• peronopora da Phytophthora parasitica Dast;
• tracheomicosi da Verticillium alboatrum Reinke & Berthold, (1879) e Fusarium oxysporum Schltdl.
• maculatura batterica da Xanthomonas vesicatoria (ex Doidge 1920).

Composizione:
• quantità edule sul prodotto greggio: 95%;
• calorie per 100 g: 25;
• acqua: 91%;
• proteine: 1,4%;
• grassi: 0,5%;
• zuccheri 8,9%;
• altri carboidrati: 0,3%;
• vitamina A: 380 UI;
• vitamina B1: mg 0,15;
• vitamina B2: mg 0,03;
• vitamina C: mg 4;
• vitamina PP: mg 3,5;
• fosforo: mg 34;
• calcio: mg 8;
• ferro: mg 3,3.


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Aneto (Anethum graveolens L.)

Sistematica dell'aneto (Anetum graveolens L. 1753) sec. il sistema Cronquist
Superdominium/Superdominio: Biota
Dominium/Dominio: Eucariota Whittaker & Margulis,1978
Regnum/Regno: Plantae Haeckel, 1866
Subregnum/Sottoregno: Viridaeplantae Cavalier-Smith, 1998 (Piante verdi)
Superdivisio/Superdivisione: Spermatophyta Gustav Hegi, 1906 (Piante con semi)
Divisio/Divisione o Phylum: Tracheophyta Sinnott, 1935 ex Cavalier-Smith, 1998 -
Subdivisio/Sottodivisione: Magnoliophytina Frohne & U. Jensen ex Reveal, 1996
Classis/Classe: Magnolopsida Brongniart, 1843
Subclassis/Sottoclasse: Cornidae Frohne & U. Jensen ex Reveal, 1994
SuperOrdo/ SuperOrdine: Aralianae Takht., 1967
Ordo/Ordine: Araliales Reveal, 1996
Familia/Famiglia: Apiaceae Lindl., 1836 o Umbelliferae A.L. de Jussieu, 1789
Subfamilia/Sottofamiglia: Apioideae
Tribus/Tribù: Peucedaneae De Candolle (1830)
Subtribus/Sottotribù: Seselineae Drude 1897
Genus/Genere: Anethum

Sistematica dell’aneto (Anetum graveolens L.)sec. il sistema APG II
Superdominium/Superdominio: Biota
Kingdom/Regno: Plantae (Plants/Piante)
Clade: Angiosperme
Clade: Eudicotiledoni
Clade: Angiosperme tricolpate
Clade: Nucleo delle tricolpate
Clade: Asteridi
Clade: Euasteridi II
Ordo/Ordine: Apiales
Genus/Genere: Anethum



Il nome del genere deriva dal greco “anethon” che significa anice, il quale a sua volta deriva dall’antico egizio, mentre l'epiteto specifico “graveolens” deriva dal latino “gravis” (pesante, forte) et « olens » (sentore), in quanto ha un un odore forte.
È coltivato come pianta da condimento (foglie e semi molto aromatici) e si avvicina al finocchio per il suo odore e le sue proprietà, da ciò i suoi nomi di finocchio bastardo, fetido e rizu. I suoi fiori sono molto apprezzati dalle api.
I sinonimi di Anethum graveolens sono:
• Anethum sowa Roxburgh ex Fleming, Kurz;
• Ferula marathrophylla W. G. Walpers;
• Peucedanum anethum Baillon;
• Peucedanum graveolens (L.) Benth. & Hook.;
• Peucedanum sowa (Roxburgh).
E’ una pianta nota con i nomi comuni di: finocchio bastardo; finocchio fetido; finocchio rizu; aneto puzzolente. Il nome inglese, tedesco e statunitense è “dill”; quello francese, “fenouil bâtard” o “aneth”; spagnolo, “eneldo”; portoghese, “endro” o “aneto”; olandese, “dille”; danese, “dild”.
Origine e diffusione
Quest ombrellifera è originaria dell’Europa meridionale, ha un ciclo di coltivazione annuale, la parte edule è la piantina, si consuma crudo o cotto, come aromatizzante.
Originario del bacino mediterraneo l’aneto è stato utilizzato:
• dai popoli Ebraici quale ortaggio;
• dagli Egizi da più di 5.000 anni, come pianta medicinale;
• dai Greci e i Romani per il suo profumo e le sue virtù medicinali.
È menzionato nel Vangelo secondo Matteo: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima della menta, dell'aneto e del cumino e trasgredite le prescrizioni più gravi della legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà.».
In Inghilterra è coltivata fin dal XVI secolo. Attualmente l’aneto è diffuso negli Stati Uniti, in Europa ed in Italia, limitatamente a poche regioni dell’Italia centrale e del nord-est .

Caratteristiche botaniche
E’ una pianta annuale il cui fresco aroma ricorda ad alcuni quello del finocchio, ad altri quelli dell'anice, del cumino o della menta, in realtà il sapore dell'aneto, piccante e deciso, é molto tipico e particolare. Presenta un fusto eretto lungo dai 60 a 150 cm. I germogli sono terminali con fiori piccoli, gialli verdastro profumati, riuniti in infiorescenze ad ombrelle di 15-30 raggi (figura 24 e figura 26). I fiori appaiono verso la metà dell'estate ed hanno un aroma più forte di quello delle foglie, ma più lieve e fresco di quello dei semi. Le foglie, alterne, pennatosette, cioè formate da più foglioline filiformi disposte regolarmente, di colore blu-verdi, hanno la lamina divisa in lacinie filiformi (figura 25). I frutti (detti semi) sono degli acheni scanalati, piccoli, del peso medio di 2,5 mg, ovali, appiattiti a coste preminenti, di colore bruno, che si scindono in due parti una volta raggiunta la maturazione in agosto-settembre (figura 27 e figura 28) .

Figura 24 – Pianta di aneto, con le tipiche infiorescenze ad ombrella. Figura 25 – Ramo con le tipiche foglie pennatosette.

Figura 26 – Un’ombrella di Anethus graveolens, con fiori gialli. Figura 27 – Rami secchi di aneto, con gli acheni (cosiddetti “semi”) all’estremità. Figura 28 – Un achenio di Anethus graveolens, con le tipiche scanalature.

L’habitat dell'aneto é l'oriente, in particolare la Persia e l'India; il terreno ideale per la sua coltivazione é ricco di sostanza organica, lavorato in profondità e dotato di buon drenaggio. Tollera anche temperature di qualche grado sotto lo zero, ma in ogni caso, nelle zone a clima rigido, é preferibile riparare le piante in serra o comunque proteggerle. L'esposizione più gradita all'aneto é in pieno sole, al riparo dai venti.
È poco diffuso nel territorio italiano, lo si trova raramente al di sotto dei 600 metri.
La sua formula fenologica è la seguente:
Forma biologica: T scap;
Periodo di fioritura: VII-VIII;
Tipo corologico: Avv.;
Altitudine (min/max): 0/1000 m.

Clima
Alla semina vuole un clima mite e temperato durante il ciclo vegetativo. La temperatura ottimale di crescita (media mensile) è di 16-18 °C. Quella minima (media mensile) di 7 °C. L’umidità necessaria alla semina deve essere elevata, mentre le esigenze idriche durante lo sviluppo sono moderate. Impiega a germinare in vitro 10 giorni alla temperatura ottimale di 20 °C e 20 giorni con temperatura minima di 8 °C. In terra germina in 15-20 giorni.

Terreno
Vuole un pH dele terreno uguale a 6. L'aneto apprezza l'esposizione al sole pieno e i terreni ben drenati. Teme i suoli troppo umidi. Circa la natura del terreno è una pianta di notevole adattabilità, anche se predilige un suolo leggero.

Concimazione
E’ consigliabile l’impiego di letame fino a 1000 q/Ha. Eventualmente in copertura ha bisogno di nitratature.

Semina
La semina é il metodo riproduttivo più usato; il periodo di semina é tra la primavera e l'estate. Come norma generale conviene non mettere a dimora l'aneto accanto al finocchio poiché‚ mischiandosi le impollinazioni, si confondono anche gli aromi.
La semina a dimora si esegue in maggio o a settembre-ottobre. Eseguire eventualmente la disinfezione del seme immergendolo in acqua a 52 °C per 10 minuti e polverizzare co TMTD (2 g per kg di seme). L’investimento di piante è 60-80 piante per m2. La distanza tra le file è di 20-30 cm. La quantità di seme per ara è di 200-250 g. La quantità di seme a metro lineare di fila è di 0,4-0,5 g. Il diradamento sulla fila è 6-10 cm.

Rotazione
L’aneto è una coltura intercalare che non deve mai seguire le altre ombrellifere (finocchio) e la barbabietola.
La consociazione non è praticata, la semina in semenzaio non è usata, il trapianto non è conveniente.

Coltivazione in serra fredda
La temperatura diurna è di 18 °C; la semina a dimora si effettua in ottobre-gennaio; la durata di occupazione della serra è di 5 mesi.

Coltivazione in tunnel
La semina a dimora si effettua in febbraio-marzo. Il tunnel va asportato quando la temperatura minima è superiore a 18 °C. Il tunnel va aperto quando la temperatura massima è superiore a 22 °C.

Lavori colturali
Le uniche cure richieste dall'aneto sono la sarchiatura del terreno per tenerlo libero dalle erbe infestanti e il diradamento delle piantine quando raggiungono un'altezza di 10 centimetri. La distanza tra le piante deve essere di almeno 5 cm e deve essere maggiore nel caso in cui le piante debbano essere lasciate andare a seme; tra le file si va da circa una quarantina di centimetri a mezzo metro, a seconda che si vogliano raccogliere le piante o i semi. La rincalzatura non è necessaria, l’irrigazione non è indispensabile, i diserbanti sono raramente impiegati come pure i trattamenti antiparassitari.

Parassiti
Malattie crittogamiche: Sclerotinia sclerotiorum (Lib.) de Bary, (1884) e Sclerotinia minor Jagger, (1920) che causano il marciume delle radici e del colletto; Itersonilia pastinacae Channon, 1963 che attacca l’apparato aereo; Puccinia bullata (Pers.) J. Schröt. (1879) agente della ruggine; Oidium erysiphoides causa di oidio.
Insetti: Myzus persicae (Sulzer, 1776), Tortrix pronubana (Hübner, 1779), Papilio machaon Linnaeus, 1758.

Raccolta
L'aneto può venir coltivato per consumare l'intera pianta, come un ortaggio, o per la raccolta dei semi. La raccolta della pianta o dei semi può essere scalare o contemporanea. Chi intende raccogliere le piantine deve tagliarle alla base quando superano una ventina di centimetri d'altezza. Chi invece é interessato alla raccolta dei semi é bene sospenda le piantine capovolte sopra un telo, in posizione soleggiata, quando i capolini cominciano ad assumere un colore bruno, per completarne la maturazione. Un metro quadro coltivato ad aneto può offrire 1,5-2 kg di piante fresche o 50 g di semi. L’epoca di raccolta è dicembre-gennaio, l’indice di maturazione è rappresentato dalla giusta altezza delle piantine che si verifica 60 giorni dopo la semina. La coltura occupa il terreno per circa 3 mesi. La resa è di 100-200 q/Ha. L’aneto è presente sul mecato per 4 mesi.

Caratteristiche merceologiche
Si commercializzano mazzeti di 200-400 g in casse da 4 kg. Le piante devono essere alte 20-25 cm, turgide, fresche, senza giallumi o lesioni. La conservazione non è conveniente.

Produzione di seme
E’ annuale o biennale. Piante e fiori ermafroditi. Infiorescenza ad ombrella. Impollinazione entomofila. Corredo cromosomico 2n = 22. Incroci facili. Distanza tra le cultivar onde impedire l’impollinazione incrociata è di 1.500 m. Distanza impianto piante madri 25—30 x 30 cm. Epoca di impianto delle piante madri in aprile-maggio o ottobre. Fioritura e maturazione scalari. Epoca di raccolta dei semi in settembre-ottobre. A fine estate si recidono le ombrelle e si lasciano essiccare in un luogo ombroso. Poi, si battono fino a provocare l’uscita dei semi, che vengono conservati a parte in vasi di vetro, chiusi ermeticamente. Meccanicamente la preparazione dei semi avviene mediante essiccamento e trebbiatura. La produzione dei semi per ara è pari a 10 kg. La produzione di semi per pianta è pari a 6-8 g.

Semi
La durata della germinabilità è di 2-3 anni; la germinabilità media effettiva è 75%; la germinabilità minima conveniente è 55-65%; il numero di semi per litro è 60.000-300.000; un litro contiene 300 g di seme; 1.000 semi pesano 1-5 g; per una buona conservazione a 20 °C, l’umidità del seme deve essere di 8% in equilibrio con il 50% di umidità relativa dell’ambiente; le malattie trasmesse per seme sono Phoma anethi (Pers. ex Fr.) Sacc., 1881, Stemphylim botryosum , Stemphylim radicinum Wallr., (1833).

Preparazione in cucina
Dell’aneto in cucina si usano sia i semi sia le foglie soprattutto nella cucina scandinava, che li accosta ad uova, pesce (salmone), molluschi e patate.
L’aneto è adatto nelle marinate, nella salsa per i pesci e nelle insalate.
Le foglie fresche vengono tritate e insaporiscono minestre, patate lessate, piatti di pesce, uova, formaggi freschi; quelle essiccate hanno un aroma più tenue e si usano sempre a fine cottura.
Nella cucina italiana viene adoperato nelle insalate, sulle patate lessate, nelle marinate, nella salsa per i pesci , per insaporire minestre e intingoli e sulla carne alla griglia, ma si accompagna anche a yogurt, panna acida e formaggi freschi.
I semi, molto profumati, sono ideali per aromatizzare l'aceto, e quindi le conserve. Famoso é l'aceto di aneto che si ottiene ponendo a macerare i capolini o i semi.
In cucina l'aneto viene usato oltre che per insaporire diverse pietanze anche per le sue proprietà digestive e sedative e fu impiegato, fin dai tempi antichi, anche in campo medico. Il suo olio essenziale ha caratteristiche aromatiche, rinfrescanti, digestive e antisettiche.
I semi d'aneto vengono masticati per rinfrescare l'alito. L'infuso di quest'erba favorisce la digestione, placa il singhiozzo e i crampi dello stomaco, allevia le flatulenze e l'insonnia.
L'aneto era conosciuto già da Egizi, che ne apprezzavano le virtù come calmante; é citato nella Bibbia come pianta pregiata al punto da venir usata, quale moneta, per il pagamento delle tasse.
Dai semi pestati e posti in infusione si ha un liquido utile per fare bagni rinforzanti alle unghie.
Gli antichi gladiatori pensavano che l’aneto accrescesse la loro forza e per questo condivano ogni loro pasto con i suoi semi; inoltre si coronavano il capo con questa pianta come simbolo di gioia.
Composizione:
La composizione della pianta di aneto è riportata nella tabella 1.

Tabella 1 – Contenuto centesimale della pianta di aneto.

 

Contenuto su 100 g di prodotto
Parte edibile
100 g
Carboidrati
55,82 g
Grassi
4,36 g
Proteine
19,96 g
Kcal
253 g
Fibre
13,6 g
Ferro
48,78 mg
Calcio
1784 mg
Vitamina C
50 mg

 



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Cerfoglio (Anthriscus cerefolium (L.) Hoffm., 1814)

Sistematica del cerfoglio (Anthriscus cerefolium (L.) Hoffm., 1814) sec. il sistema Cronquist
Superdominium/Superdominio: Biota
Dominium/Dominio: Eucariota Whittaker & Margulis,1978
Regnum/Regno: Plantae Haeckel, 1866
Subregnum/Sottoregno: Viridaeplantae Cavalier-Smith, 1998 (Piante verdi)
Superdivisio/Superdivisione: Spermatophyta Gustav Hegi, 1906 (Piante con semi)
Divisio/Divisione o Phylum: Tracheophyta Sinnott, 1935 ex Cavalier-Smith, 1998 -
Subdivisio/Sottodivisione: Magnoliophytina Frohne & U. Jensen ex Reveal, 1996
Classis/Classe: Magnolopsida Brongniart, 1843
Subclassis/Sottoclasse: Cornidae Frohne & U. Jensen ex Reveal, 1994
SuperOrdo/ SuperOrdine: Aralianae Takht., 1967
Ordo/Ordine: Araliales Reveal, 1996
Familia/Famiglia: Apiaceae Lindl., 1836 o Umbelliferae A.L. de Jussieu, 1789
Subfamilia/Sottofamiglia: Apioideae Seem., 1866
Tribus/Tribù: Scandiceae Spreng., 1820
Subtribus/Sottotribù: Anthriscinae Caruel, 1889
Genus/Genere: Anthriscus Persoon, 1805
Species/Specie: Anthriscus cerefolium (L.) Hoffm., 1814

Sistematica del cerfoglio (Anthriscus cerefolium (L.) Hoffm., 1814)sec. il sistema APG II
Superdominium/Superdominio: Biota
Kingdom/Regno: Plantae (Plants/Piante)
Clade: Angiosperme
Clade: Eudicotiledoni
Clade: Eudicotiledoni o Angiosperme tricolpate
Clade: Nucleo delle tricolpate
Clade: Asteridi
Clade: Euasteridi II
Ordo/Ordine: Apiales
Genus/Genere: Anthriscus Persoon, 1805
Species/Specie: Anthriscus cerefolium (L.) Hoffm., 1814


Generalità
I sinonimi di Anthriscus cerefolium sono: Anthriscus trichosperma Spreng., 1820 (= Caucalis trichosperma Delile, 1778-1850).
I nomi comuni del cerfoglio sono: in italiano, “cerfoglio comune”; in inglese, “chervil”; negli Stati Uniti, “garden chervil”; in francese, “cerfeuil cultivé”; in tedesco, “kerbel”; in spagnolo, “perifollo”; in portoghese “cerefólo”; in olandese, “kervel”; in danese, “kørvel”.
Coltivato negli orti e qua e là inselvatichito, ad un’altitudine compresa tra 0 e1000 m. e nel periodo tra aprile e giugno. E’ molto appetito dalle lumache, per cui, in alcune zone, è credenza popolare proteggere il raccolto dai gasteropodi coltivando in piccole aree questa ombrellifera alimentandosi della quale faranno meno danni alle altre piante. Come pure, mettere alcuni rametti di cerfoglio nella dispensa terrà lontane le formiche.
Il cerfoglio contiene principi amari che conferiscono proprietà toniche, digestive e diuretiche.
Ha, inoltre, proprietà emollienti; perciò è utilizzato per curare contusioni, punture di insetto, occhi infiammati dal sole e dal vento, blefariti, geloni e nella preparazione di cataplasmi. Il decotto era usato anche per lavare le parti arrossate dei neonati. L'infuso può essere utilizzato per curare idropisia, coliche epatiche, reumatismi, gotta e dolori mestruali. È considerato un “purificatore” del sangue.
In cucina, é indicato dovunque possa essere usato il prezzemolo, al quale spesso è preferito per il suo sapore più delicato. Conferisce alle pietanze un gradevole e delicato sapore piccante e allo scopo basta dosarne modiche quantità. Nel caso di pietanze cotte, va aggiunto sempre a fuoco spento perché il calore ne altera l'aroma. Particolarmente indicato con le uova. È molto popolare in Francia dove è aggiunto ad omelette, insalate e zuppe; abbastanza raro da trovare in Italia. Viene anche usato come aromatizzante per liquori e aceti o, al posto della menta, per preparare bibite dissetanti. Il suo aroma particolare, tra anice e prezzemolo con un leggero richiamo di liquirizia, è utilizzato anche con i formaggi freschi, nelle omelette e nelle uova strapazzate. Come molte altre erbe profumate, il cerfoglio è utilizzato anche per insaporire il burro da utilizzare poi nelle varie ricette. Per prepararlo occorre innanzitutto un burro di buona qualità: si lascia ammorbidire a temperatura ambiente e poi si mescola al cerfoglio tritato, al pepe macinato, ad un pizzico di sale e a qualche goccia di limone. Il burro al cerfoglio può essere utilizzato per la cottura delle verdure, degli scampi alla griglia, delle paste ripiene o negli antipasti, spalmato sulle fette di pane fresco condite con pomodorini e olive snocciolate.

Botanica
Il cerfoglio è una pianta erbacea, annuale, esile, con odore aromatico, importata in Europa dai Romani dalla Russia meridionale, dal Caucaso o dal Medio Oriente. Si è ormai naturalizzata nella flora degli Stati Uniti, dell’Europa e nordafricana. In Italia cresce spontaneamente nei boschi e nei prati, limitatamente ad alcune regioni. La pianta (figura 29) può crescere dai 40 ai 70 cm. Ha fusto eretto, liscio. Ha foglie a lamina suddivisa, 3 pennatosette a contorno triangolare, che possono arricciarsi. Possiede piccoli fiori ermafroditi, con petali bianchi, riuniti in una infiorescenza ad ombrella di circa 2,5 cm di diametro e con 3-6 raggi. Brattee nulle; bratteole presenti riflesse. I frutti sono diacheni oblunghi e ovali, di circa 1 cm di lunghezza, nero lucidi a maturità.

Figura 29 – Pianta di Anthriscus cerefolium, adatta ad un orto familiare.

Le caratteristiche fenologiche di questa pianta sono:
• Forma biologica: T scap;
• Periodo di fioritura: IV-VI;
• Tipo corologico: Avv.;
• Altitudine (min/max): 0/1000 m.

Clima
Alla semina predilige un clima mite; durante il ciclo vegetativo ha bisogno di un clima temperato ombreggiato; prefiorisce con clima caldo e secco; ha un’elevata esigenza in fatto di acqua durante lo sviluppo. In terra impiega a germinare 6-10 giorni.

Terreno
Il terreno deve essere fresco e preferibilmente limoso. Pertanto, coltivare il cerfoglio in un terreno da giardino ben drenato e soffice; più il terreno è ricco di materia organica e più il cerfoglio ha aroma delicato. Annaffiare regolarmente in primavera e in estate.

Concimazione
È consigliabile l’uso del letame maturo.

Rotazione
Non deve seguire ad altre ombrellifere.
La consociazione non è conveniente, la semina in semenzaio non è praticata, il trapianto non è possibile data la delicatezza delle piantine.

Semina a dimora
Si effettua in marzo-aprile o in settembre. La distanza tra le file è 15-30 cm. La profondità di 0,5 cm. La quantità di seme per 100 m2 è di 15-25 g, mentre la quantità per mero lineare di fila è 0,05-0,08 g. Il diradamento sulla fila è effettuato considerando una distanza di sulla fila di 10-20 cm. S’impiegano 30-50 piante/m2.

Coltivazione in tunnel
È usata nel periodo invernale, procedendo con la semina in ottobre-febbraio. Il tunnel va asportato quando la temperatura minima è superiore a 15 °C, mentre va semplicemente aperto quando la temperatura massima supera i 20 °C.
Lavori colturali
Consistono semplicemente in sarchiature ripetute e frequenti irrigazioni.

Raccolta
Si esegue manualmente. In maggio-luglio e in ottobre-novembre. L’indice di raccolta è rappresentato dalla dimensione delle piante. Il cerfoglio occupa il terreno per 30-70 giorni e si raccoglie 30 giorni dopo la semina. La durata di raccolta è di circa un mese. La produzione è di 200-300 q/ha. La produzione per pianta è di 100-150 g.

Caratteristiche merceologiche
Si usano mazzetti con foglie lunghe 2 cm.

Conservazione
Si conserva alla temperatura di 0 °C, con U.R. del 95% e per una durata di 5-6 giorni. L’atmosfera controllata non è usata. Tuttavia, il cerfoglio ha un aroma molto delicato che si perde sia con l'essiccazione, sia con la surgelazione.

Produzione di seme
Può essere annuale o biennale. Le piante posseggono, come già detto, fiori ermafroditi riuniti in infiorescenze ad ombrella come tutte le apiacee. L’impollinazione è entomofila. Il corredo cromosomico 2n = 18. Gli incroci sono abbastanza facili. La distanza tra le cultivar per evitare impollinazioni incrociate deve essere di almeno 1500 m. Le piante madri vanno poste ad un sesto d’impianto di 50 x 70 cm. L’epoca d’impianto delle piante madri avviene in marzo-aprile. La fioritura e la maturazione dei frutti è scalare. L’epoca di raccolta dei semi è luglio-agosto ed avviene con lo sfalcio. La preparazione dei semi è basata sull’essicazione e sulla trebbiatura.

Semi
La conservazione della germinabilità è di 2-3 anni. La germinabilità media effettiva è del 75%. La germinabilità minima conveniente è 60%. Un grammo di seme contiene 450 semi. Il numero di semi per litro è pari a 170.000. Un litro di semi contiene 380 g di seme. 1.000 semi pesano 2,2 g. Per una buona conservazione del seme di cerfoglio, l’umidità del seme, in equilibrio con una U.R dell’aria del 50%, deve essere pari a 8% alla temperatura di 20 °C.

Composizione centesimale della pianta fresca
• Cenere: 3,47;
• Grassi: 0,5;
• Glucidi: 11,5;
• Acqua: 81,0;
• Proteine: 3,6.

I valori nutrizionali e la composizione, riferiti a 100 g di pianta secca, sono appresso indicati:
• Calorie (in kcal): 237;
• Calorie (in kj): 990;
• Grassi (g): 3,9;
• Carboidrati (g): 49,1;
• Proteine (g): 23,2;
• Fibre (g): 11,3;
• Acqua (g): 7,2;
• Ceneri (g): 16,6;
- MINERALI:
• Calcio (mg): 1346;
• Sodio (mg): 83;
• Fosforo (mg): 450;
• Potassio (mg): 4740;
• Ferro (mg): 31,95;
• Magnesio (mg): 130;
• Zinco (mg): 8,8;
• Rame (mg): 0,44;
• Manganese (mg): 2,1;
• Selenio (mcg): 29,3;
- VITAMINE:
• Retinolo (vitamina A) (mcg): 0;
• Vitamina A, RAE (UI): 5850;
• Tiamina (vitamina B1) (mg): 0,38;
• Riboflavina (Vitamina B2) (mg): 0,68;
• Niacina (Vitamina B3 o vitamina PP o antipellagra) (mg): 5,4;
• Piridossina (Vitamina B6) (mg): 0,93;
• Acido folico (Vitamina B9 o M o Folacina) (mcg): 0;
• Folato alimentare (mcg): 274;
• Folato, DFE (mcg di DFE): 274;
• Folati, totali (mcg): 274;
• Cobalamina (Vitamina B12) (mcg):0;
• Acido ascorbico (Vitamina C) (mcg): 50;
• Vitamina D (D2+D3) (mcg): 0;
• Colecalciferolo (Vitamina D) (UI) 0;
- ZUCCHERI
- LIPIDI:
• Acidi grassi, monoinsaturi (g) 1399;
• Acidi grassi, polinsaturi (g) 1,8;
• Acidi grassi, saturi (g) 0,169;
• Colesterolo (mg) 0;
- GRASSI SATURI:
• 4:0 (g) 0;
• 6:0 (g) 0;
• 8:0 (g) 0;
• 10:0 (g) 0;
• 12:0 (g) 0;
• 14:0 (g) 0;
• 16:0 (g) 0,169;
• 18:0 (g) 0;
- GRASSI MONOINSATURI:
• 16:1 indifferenziato (g) 0;
• 18:1 indifferenziato (g) 1,399;
• 20:1 (g) 0;
• 22:1 indifferenziato (g) 0;
- Grassi polinsaturi:
• 18:2 indifferenziato (g) 1,8;
• 18:3 indifferenziato (g) 0;
• 18:4 (g) 0;
• 20:4 indifferenziato (g) 0;
• 20:5 n-3 (g) 0;
• 22:5 n-3 0;
• 22:6 n-3 0;
- Aminoacidi
- Altro:
• Alcol etilico (g) 0;
• Caffeina (mg) 0;
• Teobromina (mg) 0.


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Crambe o Cavolo marino (Crambe maritima L.)

Sistematica del crambe (Crambe maritima L., 1753) sec. il sistema Cronquist
Superdominium/Superdominio: Biota
Dominium/Dominio: Eucariota Whittaker & Margulis,1978
Regnum/Regno: Plantae Haeckel, 1866
Subregnum/Sottoregno: Viridaeplantae Cavalier-Smith, 1998 (Piante verdi)
Superdivisio/Superdivisione: Spermatophyta Gustav Hegi, 1906 (Piante con semi)
Divisio/Divisione o Phylum: Tracheophyta Sinnott, 1935 ex Cavalier-Smith, 1998 -
Subdivisio/Sottodivisione: Magnoliophytina Frohne & U. Jensen ex Reveal, 1996
Classis/Classe: Magnolopsida Brongniart, 1843
Subclassis/Sottoclasse: Dilleniidae Takhtajan, 1967
SuperOrdo/ SuperOrdine: Capparanae Reveal, 1994
Ordo/Ordine: Capparales J. Hutchinson, 1924
SubOrdo/Sottordine: Capparineae Engl., 1898
Familia/Famiglia: Brassicacea Burnett, 1835 o Cruciferae A.L. de Jussieu, 1789
Tribus/Tribù: Crambeae Coss., 1887
Genus/Genere: Crambe L. 1753
Species/Specie: Crambe maritima L., 1753

Sistematica del crambe (Crambe maritima L., 1753) sec. il sistema APG II
Kingdom/Regno: Plantae (Plants/Piante)
Clade: Angiosperme
Clade: Eudicotiledoni
Clade: Eudicotiledoni o Angiosperme tricolpate
Clade: Nucleo delle tricolpate
Clade: Rosidi
Clade: Eurosidi II
Ordo/Ordine: Capparales J. Hutchinson, 1924
Genus/Genere: Crambe L. 1753
Species/Specie: Crambe maritima L., 1753

Generalità
È una pianta erbacea pluriennale (4-8 anni) nota soprattutto in Liguria. La parte edibile è costituita dalle foglie e dai piccioli fogliari che diventano teneri e croccanti a seguito di particolari tecniche di coltura. Viene coltivato in orti familiari. Si presenta come un comune cavolo, alto 75 cm e largo 60 cm. I fiori sono tipici delle crucifere di colore bianco (figura 30 e figura 31)

Figura 30 – Crambe maritima, molto simile ad una pianta di cavolo. Figura 31 – Cavolo marino in fase di fioritura.

Le caratteristiche fenologiche di questa specie sono:
• Forma biologica: T scap;
• Periodo di fioritura: III-IV;
• Tipo corologico: Medit.-Turan.;
• Altitudine (min/max): 0/300 m.

Clima
Alla semina e durante il ciclo vegetativo ha bisogno di un clima temperato. Durante lo sviluppo ha un’esigenza idrica elevatissima.

Terreno
Deve essere sciolto.

Rotazione
Non deve seguire ad altre crucifere, ombrellifere, cucurbitacee, fagioli.
La consociazione non è possibile.

Semina in semenzaio
Si effettua in marzo-maggio. La distanza tra le file è 10-15 cm. La profondità di 2,0 cm. Il diradamento sulla fila è effettuato considerando una distanza sulla fila di 15 cm.

Trapianto
Si effettua in aprile-maggio, 350-370 giorni dopo la semina, quando le piantine hanno un’altezza di 20 cm e 4-5 foglie. Le piantine non hanno bisogno di particolare preparazione e si mettono a dimora 2 piante per m2. Le distanza tra le file è di 100 cm, quelle sulla fila di 50 cm. Nell’effettuare l’operazione di trapianto bisogna avere cura a non interrare il colletto.

Impianto a dimora
Si esegue nel periodo invernale, La distanza tra le file è 100 cm, quella sulla fila di 50 cm. La profondità d’impianto si regola fino a coprire con terra il germoglio più basso.

Lavori colturali
La scerbatura è indispnsabile, la rincalzatura è utile, le irrigazioni sono ripetute ed indispensabili, i trattamenti antiparassitari non si effettuano, come pure i trattamenti con diserbanti. Importante è l’imbiancatura che si esegue per una durata di 20-30 giorni.

Raccolta
Si esegue manualmente in ottobre-dicembre. L’indice di raccolta è rappresentato dall’altezza di germogli che devono essere 15-20 cm alti. La durata della raccolta è di 3-6 settimane. La produzione è di 500-1000 q/ha. La produzione per pianta è di 100-150 g.

Semi
La durata della germinabilità è di 1-2 anni. Un grammo di seme contiene 15-18 semi. Il numero di semi per litro è pari a 3000-3600. Un litro di semi contiene 200 g di seme. 1.000 semi pesano 55-60 g.

Composizione centesimale della pianta fresca
• Calorie per 100 g: 13-22;
• Acqua: 90-94;
• Grassi: 0,3;
• Proteine: 2-3,5;
• Zuccheri: 0,7-1,2;
•Altri carboidrati: 0,1.
- SALI MINERALI:
• Calcio (mg): 35-63;
• Sodio (mg): 20;
• Fosforo (mg): 35-63;
• Ferro (mg): 0,6-0,9;
• Magnesio (mg): 67.
- VITAMINE:
• Vitamina A (UI): 10-4600;
• Vitamina B1 (mg): 0,04-0,16;
• Vitamina B2 (mg): 0,04-0,1;
• Niacina (Vitamina B3 o vitamina PP) (mg): 0,3-0,5;
• Acido ascorbico (Vitamina C) (mg): 26-87.

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Erba ghiacciola o Erba cristallina (Mesembryanthemum cristallinum L. 1753)

Sistematica dell'erba ghiacciola o erba cristallina (Mesembryanthemum cristallinum L. 1753 sec. il sistema Cronquist
Superdominium/Superdominio: Biota
Dominium/Dominio: Eucariota Whittaker & Margulis,1978
Regnum/Regno: Plantae Haeckel, 1866
Subregnum/Sottoregno: Viridaeplantae Cavalier-Smith, 1998 (Piante verdi)
Superdivisio/Superdivisione: Spermatophyta Gustav Hegi, 1906 (Piante con semi)
Divisio/Divisione o Phylum: Tracheophyta Sinnott, 1935 ex Cavalier-Smith, 1998 -
Subdivisio/Sottodivisione: Magnoliophytina Frohne & U. Jensen ex Reveal, 1996
Classis/Classe: Rosopsida Batsch, 1788
Subclassis/Sottoclasse: Caryophyllidae Takht., 1967
SuperOrdo/ SuperOrdine: Caryophyllanae Takht., 1967
Ordo/Ordine: Caryophyllales Perleb, 1826
Familia/Famiglia: Aizoaceae F. Rudolphi, 1830
Subfamilia/Sottofamiglia: Mesembryanthemoideae Burnett., 1835
Tribus/Tribù: Mesembryanthemeae Benth. & Hook.f., 1867
Genus/Genere: Mesembryanthemum L. 1753
Species/Specie: Mesembryanthemum cristallinum Linneo, 1753

Sistematica dell'erba ghiacciola o erba cristallina (Mesembryanthemum cristallinum L. 1753) sec. il sistema APG II
Superdominium/Superdominio: Biota
Kingdom/Regno: Plantae (Plants/Piante)
Clade: Angiosperme
Clade: Eudicotiledoni
Clade: Core
Ordo/Ordine: Caryophyllales Perleb, 1826
Familia/Famiglia: Aizoaceae F. Rudolphi, 1830
Genus/Genere: Mesembryanthemum L. 1753
Species/Specie: Mesembryanthemum cristallinum Linneo, 1753


I sinonimi del nome specifico di questa interessante specie orticola minore sono: Cryophytum crystallinum (L.) N.E.Br., 1926 e Gasoul crystallinum (L.) Rothm., 1941.
I nomi comuni sono: in italiano “erba cristallina comune”; in inglese “ice plant”; negli Stati Uniti è nota come “common iceplant”; in francese “ficoîde glaciale”; in tedesco “eiskraut”; in spagnolo “escarchosa”; in portoghese “barrilha”.
È originariamente nativa dell’Africa meridionale ed attualmente è diffusa in Arizona e California e nella Pennsylvania negli Stati Uniti, in Europa, dove é arrivata nel 18° secolo (nel 19° secolo è giunta nelle isole Canarie) ed in Italia, limitatamente a poche regioni. Ora si è diffusa anche nell’Australia meridionale e nelle aree costiere del Giappone.
Il nome generico Mesembryanthemum viene dal greco mesembria = “mezzogiorno” and anthemon = “fiore” e si riferisce proprio al fatto che i fiori si aprono solo quando il sole è più forte, quindi a mezzogiorno. Il nome della famiglia, Aizoaceae, viene dal greco aizoon = “sempiterno”, a descrizione della robustezza di questa pianta.
Si sviluppa su suoli sabbiosi, argillosi, persino salini dove arriva a coprire un'area fino a 0,7 m² sotto il sole cocente.
In natura, di norma, vegeta d’inverno in occasione della stagione delle piogge formando spesso dei cespi. Conservano le riserve d’acqua durante la secca estiva, cadendo in una forma di letargo oppure utilizzano l'umidità contenuta nelle vecchie foglie per crearne di nuove.
L’erba ghiacciola può essere considerata una "specialista nella fornitura di acqua" e se nel deserto africano, in mancanza d’acqua, non si vuole morire di sete, bisogna ricorrere all’uso di questa specie. Infatti, le foglie, verdi (figura 32) o di un rosso intenso sono spesse, succose, ricoperte da piccole vescicole trasparenti piene d’acqua che sembrano minuscole e brillanti gocce di rugiada gelata o cristalli. Da luglio a settembre l’erba cristallina è ricoperta da numerosi fiori che vanno dal bianco al rosso con i petali a raggiera (figura 33). Questa abbondanza contrasta con la radice, che è lunga solo pochi centimetri e dà l'impressione che la sua funzione sia solo quella di ancorare la pianta al terreno piuttosto che rifornirla di acqua. I fiori sono ermafroditi e solitari, sono vistosi e luccicanti per attirare gli insetti pronubi. La fioritura avviene, per la stragrande maggioranza, in primavera e continua, mediamente, per 3-4 settimane. Le ore preferite per l’apertura dei fiori sono quelle intorno a mezzogiorno Il frutto è una cassula e anch’esso può ricoprirsi di vescicole trasparenti piene d’acqua (figura 34).

Figura 32 – Piantina di erba ghiacciola allevata in vasetto. Figura 33 – Erba ghiacciola in fase di fioritura, con fiori singoli ed ermafroditi. Figura 34 – Cassula di Mesembryanthemum cristallinum ricoperta di vescicole ripiene di acqua.

Le caratteristiche fenologiche sono le seguenti: • Forma biologica: T scap;
• Periodo di fioritura: IV-VI;
• Tipo corologico: S-Medit.-Mont.;
• Altitudine (min/max): 0/0 m.

L’erba ghiacciola può essere destinata ad un orto familiare, necessita di una modesta umidità alla semina, ma ha esigenze idriche modestissime durante lo sviluppo.
La durata della germinabilità dei semi è di 5 anni; il numero di semi in un litro è pari a 3.800.000, corrispondente ad un peso 760 g; il numero si semi per grammo è di 5.000; 1.000 semi pesano 0,2 g.
Vengono riportate alcune notizie, ricavate dalla letteratura scientifica, che riguardano questa specie orticola minore.
In che modo l'erba cristallina riesce a vivere in climi così caldi? Ci riesce "trattenendo il respiro" durante il giorno. Normalmente le piante assorbono anidride carbonica durante il giorno e la trasformano in zucchero e ossigeno con l'aiuto della luce solare. La pianta respira attraverso i pori delle foglie ma contemporaneamente attraverso di loro perde anche acqua.
Così l'erba cristallina chiude i cosiddetti stomi durante il giorno e respira solo dopo il tramonto. L'anidride carbonica immagazzinata viene legata a una molecola e trasformata in zucchero e ossigeno solo al mattino seguente attraverso la fotosintesi.
Questa pianta ha anche un'altra strana peculiarità, accumula sale. Qualsiasi altra pianta morirebbe se esposta a troppo sale. Ce ne accorgiamo ad esempio durante gli inverni più aspri dove il sale viene distribuito sulle strade ghiacciate e danneggia la vegetazione. Ma questa pianta addirittura trae sale dall'aria nelle aree costiere, se il suolo non è sufficientemente salino.
Il sale stimola la produzione degli acidi della frutta nella pianta. E questi, insieme agli alcoli dello zucchero, all'abbondante magnesio e all’aminoacido prolina, creano un naturale fattore di ritenzione dei liquidi. Questi componenti praticamente attirano e trattengono la minima umidità presente nel loro ambiente naturale.
Ne è impressionante dimostrazione il fatto che la pianta, dopo essere stata raccolta, si mantiene fresca per molte settimane, sorprendendoci per la riserva d'acqua che si trova nelle sue brillanti foglie.
Il colore rosso delle foglie completa la protezione dall’eccessivo calore. Questa colorazione deriva dalle cosiddette β-cianine, pigmenti che assorbono la luce e così danno una protezione naturale contro il sole.
A causa del suo alto contenuto in sale l'erba cristallina rende salino il suolo in cui cresce e lo rende ostile alla crescita di altre piante; di conseguenza l'abitudine di piantarla per prevenire l'erosione dei terreni è stata ora abbandonata.
Le foglie del Mesembryanthemum cristallinum sono simili a quelle dello spinacio. Gli abitanti del Sud dell’Africa masticano le foglie fermentate. Alle Canarie la pianta viene di solito utilizzata per ottenere la soda (Na2CO3) che si trova in grandi quantità nella cenere. Questa è l’origine di uno dei suoi nomi germanici “pianta della soda”. E’ stata, per caso, un'infermiera, Waltraud Marschke, a scoprirne poteri terapeutici nell'isola di Lanzarote, una delle Canarie.
Nel 1988, dopo una serie di esperimenti, il risultato della sua ricerca venne pubblicato ottenendo immediatamente ampio consenso. L'erba cristallina doveva essere impiegata nella cosmesi. Trattandosi di una pianta che si adatta così bene al sole, essa deve di conseguenza poter aiutare la pelle durante l’esposizione ai raggi solari. Una pianta in grado di trattenere l'umidità e quindi di idratare e calmare la pelle è il componente ideale da aggiungere alla formulazione di un nuovo prodotto solare.
Altri usi di questa pianta sono basati sul fatto che abbia un’azione diuretica. Il succo fresco pressato della pianta, che ha un sapore nauseante, è noto per essere un rimedio diuretico e diluitore delle urine in caso di idropisia e disuria, anche se con poca evidenza. Questa pianta è utilizzata per l'ascite (accumulo di fluidi nell'addome), la dissenteria, epatopatie, nefropatie e infiammazioni polmonari. Per uso esterno, allevia il prurito, il dolore, l’arrossamento e l'edema cutaneo.
Componenti Acqua, sali minerali (magnesio), acidi della frutta, alcoli dello zucchero, aminoacidi (prolina), flavonoidi, betaina

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Erba morella (Solanum nigrum L.)

Sistematica dell’erba morella (Solanum nigrum L. 1753 sec. il sistema Cronquist
Dominium/Dominio: Eucariota Whittaker & Margulis,1978
Superdominium/Superdominio: Biota
Regnum/Regno: Plantae Haeckel, 1866
Subregnum/Sottoregno: Viridaeplantae Cavalier-Smith, 1998 (Piante verdi)
Superdivisio/Superdivisione: Spermatophyta Gustav Hegi, 1906 (Piante con semi)
Divisio/Divisione o Phylum: Tracheophyta Sinnott, 1935 ex Cavalier-Smith, 1998 -
Subdivisio/Sottodivisione: Magnoliophytina Frohne & U. Jensen ex Reveal, 1996
Classis/Classe: Magnoliopsida
Subclassis/Sottoclasse: Asteridae Brongniart, 1843
SuperOrdo/SuperOrdine: Solananae R. Dahlgren ex Reveal, 1992
Ordo/Ordine: Solanales Dumortier, 1829
Subordo/Sottordine: Solanineae Engl., 1898
Familia/Famiglia: Solanaceae A.L. de Jussieu, 1789
Subfamilia/Sottofamiglia: Solanoideae Kostel., 1834
Tribus/Tribù: Solaneae Dumort., 1829
Subtribus/Sottotribù: Solaninae Dunal in DC., 1852
Genus/Genere: Solanum L. (1753)
Species/Specie: Solanum nigrum Linneo, 1753

Sistematica dell'erba morella (Solanum nigrum L. 1753) sec. il sistema APG II
Superdominium/Superdominio: Biota
Kingdom/Regno: Plantae (Plants/Piante)
Clade: Angiosperme
Clade: Eudicotiledoni
Clade: Tricolpate basali
Clade: Asteridi
Clade: Euasteridi I
Ordo/Ordine: Solanales Dumortier, 1829
Familia/Famiglia: Solanaceae A.L. de Jussieu, 1789
Genus/Genere: Solanum L. 1753
Species/Specie: Solanum nigrum Linneo, 1753


Generalità e diffusione
È originaria dell’Europa ed è ora diffusa negli Stati Uniti, in quasi tutta l’Europa ed in Italia. È diffusa anche in Asia ed in Australia, dove probabilmente si è naturalizzata in seguito ad una sua successiva introduzione.
Pertanto, il suo tipo il tipo corologico (area di origine) è cosmopolita (sinantropico), ma anche Eurasiatico.
In Italia, come già detto, è diffusa su tutto il territorio (isole comprese). Anche fuori dall'Italia la è frequente su tutte le alture europee, sui Pirenei e nei Balcani. È una pianta molto comune e quasi infestante specialmente per le colture del mais e della bietola e di altre colture erbacee ed arboree (il tipo di danno è dovuto soprattutto alla sottrazione di azoto e spazio).
L’habitat tipico per questa specie è rappresentato dagli incolti e ruderi; ma anche bordi dei sentieri e strade. Si trova facilmente negli orti, nelle vigne o campi di granoturco; e nei terreni che spesso si sarchiano per togliere le malerbe. Il substrato preferito è calcareo oppure calcareo-siliceo con un pH basico, ad alto valore nutrizionale e mediamente umido.
Circa la diffusione altitudinale l’erba morella si può trovare dal piano fino a 900 m s.l.m. per cui si può sicuramente affermare che frequenta i primi due piani vegetazionali: il piano collinare ed il piano montano.
In Italia questa specie è nota con il nome di “erba morella”, “morella comune”, “pomidorella”, “ballerina”, “erba puzza”, “iritrigno”, “uva lupina”, “sondra”, “solatro ortolano”, “cerasella selvaggia”. In inglese si chiama “wonderberry”, “garden buckleberry”, “berry nightshade”, “black nightshade”; negli Stati Uniti “terong meranti”; in Francia “morelle noire”; in Germania “nachtschatten spinat” o “schwarzer nachtschatten”; in Spagna “hierba mora”; in Portogallo “erva-moura”; in Olanda “zwarte nachtschade”; in Danimarca “sart natskygge”.
Qualora dovesse essere coltivata si ricorda che il ciclo di coltivazione è annuale. Una volta si utilizzavano solo i frutti sicuramente maturi, poiché quelli verdi sono velenosi per la presenza di solanina. La destinazione di questa specie, con riferimento a specifiche sottospecie e particolari selezioni, è l’orto familiare.

Variabilità
La specie è dotata di un’ampia variabilità, sia come morfologia, sia come portamento il che giustifica il lungo elenco di sottospecie, varianti e sinonimi che esso genera: le piante possono essere sia annue sia perennanti; sia erbacee che suffrutici; il colore della bacca, che è normalmente nero, può essere rosso-miniato, ma anche verde oppure giallo; la corolla è generalmente bianca, ma può assumere anche colorazioni violacee; può variare molto anche in grandezza; l'infiorescenza può essere racemosa come ombrelliforme più o meno allungata; varia il tipo di pelosità (può essere a peli semplici o ghiandolari ma anche tomentosa); varia infine il tipo di margine delle foglie, che può essere intero, dentato-angoloso oppure sinuato-dentato.
In climi più caldi (sul nostro territorio questo avviene nel meridione) si nota il passaggio ad un ciclo perenne con piante suffruticose, quindi con fusti lignificati alla base. Si riporta un elenco, stilato anche in relazione al fatto che per alcuni autori esistono molti sinonimi della specie principale e anche di altre specie, in cui sono indicate alcune sottospecie presenti sul territorio italiano: • Solanum nigrum L. proles alatum (Moench) Rouy (1908); sinonimo = S. villosum subsp. miniatum;
Solanum nigrum L. proles ochroleucum (Bast.) Rouy (1908); sinonimo = S. nigrum subsp. nigrum;
Solanum nigrum L. subsp. alatum (Moench) Celak. (1871); sinonimo = S. luteum Mill. subsp. alatum (Moench) Dostál;
Solanum nigrum L. subsp. chacoense Hassl. (1909);
Solanum nigrum L. subsp. chlorocarpum (Spenn.) Arcang. (1882); sinonimo = S. nigrum subsp. nigrum;
Solanum nigrum L. subsp. dillenii (Schult.) Nyman (1881); sinonimo = S. nigrum subsp. nigrum;
Solanum nigrum L. subsp. erectum;
Solanum nigrum L. subsp. humile (Bernh.) Marzell; sinonimo = S. nigrum subsp. nigrum;
Solanum nigrum L. subsp. humile (Willd.) Hartman (1846); sinonimo = S. villosum subsp. villosum;
Solanum nigrum L. subsp. luteovirescens (C.C.Gmel.) Kirschl. (1852); sinonimo = S. nigrum subsp. nigrum;
Solanum nigrum L. subsp. luteum (Mill.) Kirschl. (1852); sinonimo = S. luteum Mill. subsp. luteum;
Solanum nigrum L. subsp. miniatum (Bernh. ex Willd.) Arcang.; sinonimo = S. luteum Mill. subsp. alatum (Moench) Dostál;
Solanum nigrum L. subsp. miniatum (Willd.) Hartman (1846); sinonimo = S. villosum subsp. miniatum;
Solanum nigrum L. subsp. moschatum (C.Presl) Arcang. (1882); sinonimo = S. nigrum L. subsp. schultesii (Opiz) Wessely;
Solanum nigrum L. subsp. nigrum: in questa sottospecie il fusto e le foglie sono subglabre (eventualmente sono presenti dei peli semplici); il margine delle foglie può essere intero o dentato in modo ottuso o anche lobato;
Solanum nigrum L. subsp. ochroleucum (Bast.) Corb. (1894); sinonimo = S. nigrum subsp. nigrum;
Solanum nigrum L. subsp. schultesii (Opiz) Wessely (1960); sinonimi = S. decipiens Opiz; = S. nigrum L. subsp. moschatum (C.Presl) Arcang.; = S. moschatum C. Presl subsp. parviflorum (Badarò) Nyman – morella di Schultes: questa sottospecie possiede dei peli patenti, il più delle volte ghiandolari; la lamina fogliare difficilmente è intera;
Solanum nigrum L. subsp. stenopetalum (A.Braun) Arcang.; sinonimo = S. nigrum subsp. nigrum;
Solanum nigrum L. subsp. villosum (L.) Ehrh. (1780); sinonimo = S. luteum Mill. subsp. luteum;
Solanum nigrum L. var. aguaraquiya Reiche;
Solanum nigrum L. var. americanum (Mill.) O.E. Schulz (1909); sinonimo = S. americanum;
Solanum nigrum L. var. amethystinum Kuntze (1891);
Solanum nigrum L. var. atriplicifolium G. Mey;
Solanum nigrum L. var. atriplicifolium Desportes (1838); sinonimo = S. nigrum subsp. nigrum;
Solanum nigrum L. var. dillenii A. Gray (1878);
Solanum nigrum L. var. douglasii (Dunal) Gray; sinonimo = S. douglasii;
Solanum nigrum L. var. flavum (Dunal) Rouy (1908); sinonimo = S. nigrum subsp. nigrum;
Solanum nigrum L. var. grossedentatum (A. Rich.) De Wild. (1922) ;
Solanum nigrum L. var. humile (Bernh. ex Willd.) C.Y. Wu & S.C. Huang (1978);
Solanum nigrum L. var. luteovirescens Desportes (1838); sinonimo = S. nigrum subsp. nigrum;
Solanum nigrum L. var. melanocerasum (All.) Dunal in DC. (1852); sinonimo = S. scabrum;
Solanum nigrum L. var. miniatum (Willd.) Cariot & St-Lager (1889); sinonimo = S. nigrum subsp. miniatum;
Solanum nigrum L. var. minor Hook. f. (1847);
Solanum nigrum L. var. nigrum;
Solanum nigrum L. var. nodiflorum (Jacq.) A. Gray (1878);
Solanum nigrum L. var. ochroleucum (Bast.) P. Fourn. (1937), non Woods; sinonimo = S. nigrum subsp. nigrum;
Solanum nigrum L. var. patulum L. (1753);
Solanum nigrum L. var. pauciflorum Liou (1935);
Solanum nigrum L. var. pilcomayense (Morong) Chodat (1902);
Solanum nigrum L. var. rigidum Dunal (1852);
Solanum nigrum L. var. schultesii (Opiz) Rouy (1908); sinonimo = S. nigrum subsp. schultesii;
Solanum nigrum L. var. stenopetalum Döll (1845); sinonimo = S. nigrum subsp. nigrum;
Solanum nigrum L. var. stylosum Witasek ex Reiche;
Solanum nigrum L. var. suaveolens G. L. Guo;
Solanum nigrum L. var. suffruticosum (Schousboe ex Willd.) Moris (1858); sinonimo = S. nigrum subsp. nigrum);
Solanum nigrum L. var. tauschii (Opiz) Rouy (1908); sinonimo = S. nigrum subsp. nigrum;
Solanum nigrum L. var. villosum L. (1753); sinonimo = S. villosum;
Solanum nigrum L. var. violaceum Chen ex Wessely (1960);
Solanum nigrum L. var. virginicum L. (1753); sinonimo = S. americanum;
Solanum nigrum L. var. vulgare L. (1753); sinonimo = S. nigrum subsp. nigrum.
Questa specie, con tutte le sue varianti, presenta un corredo cromosomico che normalmente viene indicato con tre numeri: 2n = 24-48-72. Ciò dimostra l’estrema variabilità e la presenza di ibridi tetraploidi e esaploidi.

Botanica
Queste piante in genere sono ascendenti; il fusto può essere eventualmente prostrato solo nella parte basale. L'altezza varia da 10 a 70 cm (figura 35) . La forma biologica è terofita scaposa (T scap), ossia sono piante erbacee che differiscono dalle altre forme biologiche poiché, essendo annuali, superano la stagione avversa sotto forma di seme, sono inoltre munite di asse fiorale eretto. Tutta la pianta (fusto e foglie) si presenta, a volte, come se fosse clorotica.
Le radici sono fibrose e fittonanti.
Il fusto è molto ramoso (a ramificazione divaricata), non è spinoso ed ha una sezione cilindrica e superficie striata (2 strie longitudinali). Nella parte basale può essere legnoso, mentre in alto è sempre erbaceo. Si presenta inoltre succoso (quasi vischioso-peloso) e dall’odore muschiato. Il colore del fusto può essere porporino.
Le foglie lungo il fusto sono a disposizione alterna (in realtà sono spiralate e senza stipole). Il picciolo è parzialmente alato. La forma della lamina va da lanceolata a ovata (può essere anche romboide) ed è asimmetrica, mentre il bordo è sinuoso-dentato. La consistenza delle foglie è fragile. Lunghezza del picciolo: 1 – 3 cm. Dimensione delle foglie: larghezza 3–5 cm; lunghezza 5–8 cm.
L’infiorescenza è di tipo extra-ascellare e più o meno cimosa-corimbosa con pochi fiori (da 3 a 5, massimo 10) bratteolati. L’infiorescenza ha un suo peduncolo eretto-patente, e i singoli fiori sono pedicellati. Lunghezza dei peduncoli alla fruttificazione: 14–30 mm.
I fiori (figura 36) sono ermafroditi, attinomorfi, tetra-ciclici (formati cioè da 4 verticilli: calice – corolla – androceo – gineceo) e pentameri (calice e corolla formati da 5 elementi). Diametro dei fiori: 8–12 mm. La formula fiorale è K (5), [C (5), A 5], G (2) (supero). Il calice, di dimensione di 2,5 mm, a forma di cono, è gamosepalo, diviso in 5 segmenti di forma ovata, apice ottuso e seni acuti. La superficie del calice è scarsamente pubescente. La corolla (ipogina) è simpetala e brevemente tubolare (il tubo è molto più corto dei lobi), rotata e di colore bianco. I petali, di lunghezza di 6 mm, hanno una forma lanceolata e apice acuminato ed alla fine dell’infiorescenza si ripiegano all'indietro. L’androceo comprende gli stami in numero di 5 (inseriti nel tubo corollino) con antere connate di forma ovato-ellittica e riunite insieme a formare una specie di colonnetta a cono. Le antere, di colore è giallo carico, sono deiscenti alla sommità per due pori. Il poro di deiscenza occupa tutta la larghezza della loggia. Il gineceo comprende l’ovario (a due loculi), supero, formato da due carpelli; e lo stilo è unico con stimma bilobo (o bifido). La fioritura avviene da marzo a novembre. L’impollinazione è entomofila.
Il frutto è una piccola bacca ovata (figura 37 e figura 38), di 6–7 mm di dimensione ed è diviso in diverse logge contenenti i semi. Il colore delle bacche è verde (per la presenza di solanina) e poi nero lucido, mentre la forma è ovoidale (più lunga che larga). Alla base il frutto è avvolto dal calice che è persistente. A maturazione si presentano come dei grappoli appesi.
I semi (figura 39) sono a forma discoidale o reniforme ed hanno una germinabilità di 5 anni. Un grammo contiene 800 semi; 1 litro contiene 600 g di semi.

Figura 35 – Giovane pianta di Solanum nigrum. Figura 36 – Fiori tipici della famiglia delle Solanacee. Figura 37 – Frutti immaturi ricchi in solanina. Figura 38 – Frutti maturi neri a piccoli grappoli. Figura 39 – Semi tipici della famiglia delle Solanacee.


Cucina
Si sconsiglia l’uso alimentare in quanto pianta generalmente tossica anche se la sua effettiva tossicità viene a volte messa in discussione. La pianta è da considerarsi tossica come tutte le solanacee, anche se qualche giovane germoglio può essere usato, ben cotto, nelle minestre primaverili. Un tempo in Europa si consumavano le foglie, ma anche i frutti (ora non più). In realtà, grazie al grande polimorfismo di questa pianta, in America, si è riusciti a creare una varietà, chiamata “garden huckliberry”, senz’altro non tossica, i cui frutti sono usati in cucina per ricavarne conserve e dolciumi. Questo dimostra che la tossicità di questa pianta è anch’essa un aspetto variabile e dipende dalle zone e dalla sottospecie.
Sono eduli invece le bacche di certi ceppi che crescono in India; queste profumano di pomodoro. Anche in Etiopia le bacche mature vengono normalmente mangiate dai ragazzini.
Questa pianta è conosciuta e usata fin dall’antichità. Uno dei tanti componenti era l’unguento populeo, consigliato solo per uso esterno, data la sua velenosità, specialmente per le periartriti e per l'azione antalgica locale. Sempre anticamente, le foglie venivano usate contro le ustioni. Sembra, inoltre, che insieme ad altre erbe sia stata una delle prime sostanze usate per addormentare i pazienti durante gli interventi chirurgici.
Da questa pianta si ottengono principi attivi come i gluco-alcaloidi (quelli della dulcamara) sia pure in minor quantità. Tutta la pianta può considerarsi velenosa, specie le bacche immature color verde. Tra le proprietà farmaceutiche ricordiamo quelle antispasmodiche. analgesiche. sedative, emollienti, febbrifughe, diuretiche e purganti. In omeopatia viene usata in caso di vertigini, crampi. emicranie. L’uso farmacologico di questa pianta è assolutamente riservato ai medici. In letteratura si legge che 10 bacche possono essere sufficienti a provocare una paralisi degli organi motori e delle fibre sensitive. In Francia l’erba morella è detta erba crepa-cane, a ricordare la pericolosità di questa pianta.

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Erba stella o Minutina o Barba di cappuccio (Plantago coronopus L. var. sativa Fiori)

Sistematica dell’erba stella o minutina o barba di cappuccio (Plantago coronopus L. var. sativa Fiori) sec. il sistema Cronquist
Superdominium/Superdominio: Biota
Dominium/Dominio: Eucariota Whittaker & Margulis,1978
Regnum/Regno: Plantae Haeckel, 1866
Subregnum/Sottoregno: Viridaeplantae Cavalier-Smith, 1998 (Piante verdi)
Superdivisio/Superdivisione: Spermatophyta Gustav Hegi, 1906 (Piante con semi)
Divisio/Divisione o Phylum: Tracheophyta Sinnott, 1935 ex Cavalier-Smith, 1998 -
Subdivisio/Sottodivisione: Magnoliophytina Frohne & U. Jensen ex Reveal, 1996
Classis/Classe: Rosopsida Batsch, 1788
Subclassis/Sottoclasse: Lamiidae Takht. ex Reveal 1993
SuperOrdo/SuperOrdine: Lamianae Takht., 1967
Ordo/Ordine: Lamiales Bromhead, 1838
Subordo/Sottordine: Lamiineae Bessey in C.K. Adams, 1895
Familia/Famiglia: Plantaginaceae A.L. de Jussieu, 1789
Subfamilia/Sottofamiglia: Plantaginoideae Eaton, 1836
Tribus/Tribù: Plantagineae Dumort., 1829
Subtribus/Sottotribù: Solaninae Dunal in DC., 1852
Genus/Genere: Plantago L. (1753)
Species/Specie: Plantago coronopus L. var. sativa Fiori Linneo, 1753

Sistematica dell’erba stella o minutina o barba di cappuccio (Plantago coronopus L. var. sativa Fiori) sec. il sistema APG II
Superdominium/Superdominio: Biota
Kingdom/Regno: Plantae (Plants/Piante)
Clade: Angiosperme
Clade: Eudicotiledoni
Clade: Tricolpate basali
Clade: Asteridi
Clade: Euasteridi I
Ordo/Ordine: Lamiales Bromhead, 1838
Familia/Famiglia: Plantaginaceae A.L. de Jussieu, 1789
Genus/Genere: Plantago L. (1753)
Species/Specie: Plantago coronopus L. var. sativa Fiori Linneo, 1753


Generalità e diffusione
Originaria dell’Europa è ora diffusa negli Stati Uniti, nella stessa Europa e in tutta l’Italia. In Italia, seconda delle zone, è conosciuta con i nomi di “erba stella”, “erba minutina”, “barba di cappuccio”, “piantaggine barbatella” o semplicemente “piantaggine” o “barbatella”, “coronopo”, “erba a corna di cervo”; in inglese è chiamata “buck's-horn plantain”, negli U.S.A. ”buckhorn plantain”, in Francia “corn de cerf”.
Quest’erba, facilmente riconoscibile per le foglie minute e riunite in belle rosette, cresce spontanea quasi ovunque in Italia ed é diffusissima soprattutto nelle zone costiere su terreni sabbiosi o salmastri. A differenza delle altre comuni “piantaggini”, pregevoli solo in quanto hanno proprietà medicinali, viene apprezzata anche come ortaggio; infatti, le foglie sono commestibili e saporite sia crude, se tenere, sia cotte, da sole o miste ad altre erbe spontanee o coltivate. Si tratta di una pianticella erbacea biennale o perenne (figura 40), che negli orti si coltiva come annuale.
Le foglie, che sono riunite a formare delle belle rosette, crescono quasi aderenti al terreno se le piante sono rade, oppure, in coltura fitta, assumono uno sviluppo eretto e sono sottili, lunghe fino a 25 centimetri, spesse, con qualche piccola lacinia e di colore verde intenso (figura 31). Pertanto, le foglie sono strette, lunghe fino a 20 cm, e larghe 1,5-2,2 x 01-1,5 cm, lineari o oblanceolate, generalmente pennatifide o bipennatifide, con lobi interi o dentati, a volte sub-intere, glabre o vellutate.
L’erba minutina ha un ciclo naturale biennale, ma in coltura diventa annuale. Gli scapi fiorali (figura 41), sono alti 5-30 cm, generalmente più lunghi delle foglie, e terminano con una spiga cilindrica di 2-10 cm (figura 42). I fiori sono ermafroditi ed unisessuali, sono riuniti in infiorescenze a spiga , cilindriche allungate portate da peduncoli che si irradiano verso l’alto e verso l’esterno a corona; sono avvolti da piccole brattee fiorali a forma ovale più o meno acuminate, con margine scarioso e ciliato; sono lunghi circa 3 mm, sepali 2-3 mm, con margine asimmetrico, quelli anteriori saldati a 1/5 della lunghezza; corolla regolare con tubo pubescente. I frutti sono capsule triloculari, con 3 -4 semi ellitici piano convessi. Il corredo cromosomico 2n è 10 o 11 o 30.
Figura 40 – Pianta di Plantago coronopus tipica per l’aspetto rosettiforme. Figura 41 – Plantago coronopus con i tipici scapi fiorali a pannocchia. Figura 42 – Pannocchie mature pronte per la produzione di seme.
Per quanto sia così comune allo stato spontaneo, chi la apprezza preferisce coltivarla perchè le foglie delle piante selvatiche sono quasi sempre dure e ispide; invece le foglie delle piante coltivate nell’orto sono molto piu tenere e piu gustose, purchè si abbia l’avvertenza di innaffiare di recidere i cespi al piede almeno una volta al mese per favorire nuovi ricacci.

Coltivazione
La semina si esegue da aprile a settembre a file distanti 20 cm, come si usa per la cicoria “spadona” da taglio. La densità d’investimento è di 25 piante/m2. La profondità di semina è di 0,5 cm. La quantità di seme per ara è di 10 g. Il diradamento si effettua sulla fila a 15-20 cm. La scerbatura deve essere ripetuta, l’irrigazione é utile, i trattamenti antiparassitari normalmente non sono praticati. L’indice di maturazione è correlato alla dimensione del cespo La coltura orticola occupa il terreno per 4 mesi. La raccolta è scalare, inizia dopo 80-100 giorni dalla semina e si esegue ogni 25-35 giorni, recidendo le foglie quasi a livello del terreno. La raccolta prosegue fino all’autunno e, se il clima é mite e se la coltura e protetta, anche durante l’inverno. All’inizio della primavera si esegue I’ultimo taglio prima che si sviluppino gli scapi fiorali e poi si rinnova la coltura. La produzione è destinata al consumo familiare ed ammonta a 150 kg/ara.
Circa la produzione di seme, questo si ottiene dalle piante madri la cui distanza d’impianto è di 40 x 40 cm. Le piante madri s’impianta a fine inverno. La fioritura e la maturazione è scalare. La raccolta dei semi avviene in luglio-settembre, mediante sfalci (figura 33). I semi si preparano mediante essiccazione e trebbiatura.
La durata di germinabilità dei semi è di 3-4 anni. Un grammo contiene 4.000 semi ed un litro ne contiene 2.950.000. 1 litro contiene un peso di semi pari a 740 g. Il peso di 1.000 semi è 0,25 g. Bisogna prestare attenzione alla produzione del seme, poiché quest’ultimo può essere veicolo di diffusione di nematodi e virus.
La minutina merita di essere conosciuta e coltivata, dato che é rusticissima e poco esigente di cure e, giustamente, viene apprezzata dai buongustai.
La piantaggine è sempre stata raccolta dall’uomo fin dai tempi più antichi. Questa pianta fu molto apprezzata nel Medioevo dalla scuola medica salernitana. Dato che era usata per eliminare ogni tipo di durezza, facilitando i movimenti sciolti era chiamata anche “centonervi”. Gli Indiani d’America la chiamarono “orma d'uomo bianco”, dato che la vedevano comparire e inserirsi nei loro territori con l'avanzare dei coloni europei.

Cucina
Può essere utilizzata cotta o usata come insalata da sola o mista. In quest’ultimo caso gli ingredienti sono: 2 ciuffi di finocchio selvatico, 2 manciate di foglie di tarassaco, un ciuffo di erba cipollina, un pò di foglioline di piantaggine, qualche foglia di menta, qualche fiore di edera terrestre, olio extra vergine d’oliva, limone, sale e pepe.

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Estragone o Targone (Artemisia dracunculus L.)

Sistematica dell’estragone o targone ( Artemisia dracunculus L.) sec. il sistema Cronquist
Superdominium/Superdominio: Biota
Dominium/Dominio: Eucariota Whittaker & Margulis,1978
Regnum/Regno: Plantae Haeckel, 1866
Subregnum/Sottoregno: Viridaeplantae Cavalier-Smith, 1998 (Piante verdi)
Superdivisio/Superdivisione: Spermatophyta Gustav Hegi, 1906 (Piante con semi)
Divisio/Divisione o Phylum: Tracheophyta Sinnott, 1935 ex Cavalier-Smith, 1998 -
Subdivisio/Sottodivisione: Magnoliophytina Frohne & U. Jensen ex Reveal, 1996
Classis/Classe: Rosopsida Batsch, 1788
Subclass/sottoclasse: Asteridae Takht., 1967
SuperOrdo/Superordine: Asteranae Takht., 1967
Ordo/Ordine: Asterales Lindl., 1833
Familia/Famiglia: Asteraceae Dumortier, 1822 o Compositae Giseke, 1792
Subfamilia/Sottofamiglia: Artemisioideae Burmeist., 1837
Tribus/Tribù: Artemisieae Kostel., 1833
Subtribus/Sottotribù: Artemisiinae Less., 1830
Genus/Genere: Artemisia L. (1753)
Species/Specie: Artemisia dracunculus Linneo, 1753

Sistematica dell’estragone o targone ( Artemisia dracunculus L.) sec. il sistema APG II
Superdominium/Superdominio: Biota
Kingdom/Regno: Plantae (Plants/Piante)
Clade: Angiosperme
Clade: Eudicotiledoni
Clade: Tricolpate basali
Clade: Asteridi
Clade: Euasteridi II
Ordo/Ordine: Asterales Lindl., 1833
Familia/Famiglia: Asteraceae Dumortier, 1822 o Compositae Giseke, 1792
Genus/Genere: Artemisia L. (1753)
Species/Specie: Artemisia dracunculus Linneo, 1753


Generalità e diffusione
Originaria dell’Europa del sud e della Siberia è ora diffusa negli Stati Uniti, nella stessa Europa. In Italia è nota col nome comune di ”assenzio dragoncello”; in inglese e negli Stati Unit è detta “tarragon”; in Francia ed in Germania “estragon”; in Spagna “estragón”; in Portogallo ”estragão”; in Olanda “dragon”; in Danimarca “esdragon”
La destinazione può essere l’orto familiare, il ciclo di coltivazione è poliennale (3-4 anni), la porzione edule è rappresentata dalle foglie.
Un sinonimo è Artemisia glauca Pall. ex Willd. 1831.
La forma biologica è Ch suffr; il periodo di fioritura: VIII-IX; il tipo corologico: Sarmatico-Siber.; l’altitudine (min/max): 0/0 m.

Caratteri botanici
L’ estragone (o dragoncello) è una pianta erbacea, poliennale (figura 43). Si conoscono due varietà di estragone, quello “tedesco” e quello “francese” o “piemontese”; quest’ultimo più interessante per il suo utilizzo nell’industria alimentare e liquoristica.
Il dragoncello “tedesco” ha fusti a sezione sferoidale, ramificati, formanti compatti cespugli con radici legnose. L’altezza della pianta varia fra i 100 e i 200 cm. Le foglie di color verde opaco, sono lisce, sessili, lanceolate nella parte alta della pianta. L’infiorescenza è a pannocchia con numerosi piccoli fiori globulosi di color verde-giallastro (figura 44); il frutto è un achenio.
L’estragone “francese” raggiunge un’altezza massima di 60-70 cm, con fusti molto ramificati ed internodi ravvicinati. Le foglie di colore verde cupo, sono lanceolate, intere, prive di picciolo e presenti in numero maggiore rispetto al tedesco. Le infiorescenze sono a pannocchia di colore verde pallido e i fiori sono sterili. Tutta la pianta ha un odore pungente e sapore aromatico gradevole. Le piante di questa varietà vivono mediamente tre anni, a differenza del dragoncello tedesco che è molto più longevo.
Predilige un clima temperato, ha una modesta esigenza in fatto idrico, è ampiamente adattabile per ogni terreno. La pianta originaria della Russia e dell’Asia, viene coltivata in molti paesi stranieri, in Italia settentrionale e centrale. Il dragoncello predilige terreni fertili, umidi od irrigabili, permeabili, soleggiati; la pianta sopporta male le forti gelate e le estati troppo siccitose. In generale è una pianta di facile coltivazione, che non presenta esigenze particolari e si adatta bene ai terreni di pianura, di collina preferibilmente ben esposta e di montagna.

Propagazione
L’impianto si effettua per talee o divisione del cespo, avviene in aprile-giugno, ponendo a dimora 7 piante per m2.
I nuovi impianti possono essere effettuati in piena terra per seme, per trapianto di piantine da semenzaio e per divisione dei cespi; é consigliabile adottare la prima soluzione in quanto molto più economica anche se necessita di una quantità maggiore di semi. La quantità di semi da impiegare per un ettaro di terreno varia in funzione della destinazione della coltura.
La semina in campo si esegue in autunno o in primavera. Per rendere più conveniente la produzione ed iniziare il raccolto fin dal primo anno, le semine si possono effettuare dopo la prima metà di agosto. In un grammo si contano 3.600 semi (figura 45).
La varietà francese è sterile e per la sua moltiplicazione è necessario ricorrere alla divisione di cespo; da una pianta adulta di 3 anni si ottengono circa 15-20 nuove piccole piantine. La divisione dei vecchi cespi va eseguita nei mesi di marzo-aprile, quando iniziano a vegetare i giovani germogli; questi andranno poi trapiantati direttamente in pieno campo, in un terreno ben affinato, avendo cura di pressare il terreno intorno alla piantina e di interrare la stessa quasi completamente. I giovani getti ottenuti per divisione di cespo possono essere fatti radicare, già nei mesi invernali, in vaso o in appositi bancali all’interno di serre calde, eseguendo, poi, il trapianto in pieno campo nei mesi di aprile- maggio. Ottimi risultati sono stati ottenuti con la micropropagazione in vitro.

Sesti d impianto
Se l’impianto è destinato alla produzione di seme le fila si pongono alla distanza 80-100 cm e a 40 cm sulla fila; per coltivazioni destinate all’uso erboristico o alla distillazione, invece, le fila vanno tenute alla distanza di 40 cm e sulla fila 20-30 cm. In quest’ultimo caso, per un ettaro serviranno 3 kg di seme. La semina a file è sempre da preferire a quella a spaglio. Una tecnica studiata presso il Giardino delle Erbe di Casola Valsenio in collaborazione con l’Azienda Regionale delle foreste della Regione Emilia Romagna, consiste nell’impianto a forma di “prato”, utilizzato per destinare il prodotto alla distillazione o all’erboristeria. Tale tecnica prevede file poste alla distanza di 40 cm fra loro mentre lungo la fila i semi vengono fatti cadere in maniera continuativa. Il seme necessario per piantare un ettaro di terreno in pieno campo con interfila di 80 cm, usando seminatrici di precisione, è di. 1,5-2 kg; da notare che nei terreni di collina e di montagna è meglio aumentare di un 20-30 % la quantità di seme. Fattore importante da tenere in considerazione è la germinabilità del seme che non sarà mai del 100%. Le piantine di dragoncello “francese o piemontese” vanno poste a 70-80 cm fra le fila e a 20-30 cm lungo la fila.

Cure colturali
La coltura di dragoncello richiede da 2 a 4 sarchiature annuali. Per convenienza economica, si consiglia, dopo il 4° anno di produzione, di rinnovare l’impianto, anche se la vita della coltivazione può superare i 7 anni. Il ristoppio di dragoncello è, comunque, possibile, in quanto la pianta non provoca stanchezza del terreno.

Fertilizzazione
Per la coltivazione di questa specie è importante l’apporto di letame distribuito al momento dell’aratura in quantità di 350-400 q/ha. A fine inverno è utile una concimazione binaria a base di azoto e fosforo in quantità rispettivamente di 70 unità e 80 unità per ettaro. Per le coltivazioni destinate alla produzione di seme e per i terreni poveri di potassio si consiglia l’aggiunta di 60-70 unità per ettaro di P2O5. L’azoto può essere distribuito anche in fase di pre-ricaccio in primavera e dopo lo sfalcio. In linea generale, la concimazione verrà eseguita in funzione della destinazione della coltivazione: le piante destinate all’uso erboristico, alla distillazione e all’aromatizzazione richiederanno una concimazione binaria a base di azoto e fosforo; quelle destinate alla produzione di seme, invece, abbisogneranno di un concime binario a base di azoto e potassio oppure di un concime ternario nel quale prevalga il potassio, destinato ad aumentare la produzione del seme.

Raccolta e resa
La raccolta è manuale da maggio a novembre. Gli indici di maturazione è correlato al bisogno delle foglie mature. La coltura occupa il terreno per 3-4 anni, mentre la raccolta si esegue dopo 300 giorni dall’impianto. La raccolta avviene scalarmente nel giro di 6 mesi. La produzione per ara è di 20-30 kg di foglie. La produzione per pianta è di 30-40 g.
Dalle piante di dragoncello si raccolgono le foglie e le cimette per uso erboristico, mentre la pianta intera è destinata alla distillazione e, per le varietà fertili, al seme. La maturazione del seme è scalare e continua per un tempo piuttosto lungo: l’esperienza suggerisce di raccogliere le pannocchie o la pianta intera destinata a dare seme quando buona parte della coltura dimostra una giusta maturazione; questo momento coincide, quasi sempre, con la prima quindicina di settembre. Perdite di seme durante la raccolta sono rare, per la particolare conformazione delle pannocchie. Lo sfalcio del dragoncello si esegue con motofalciatrici che tagliano le piante rasoterra o a metà altezza, asportando soltanto le pannocchie racchiudenti il seme. Le piante destinate all’erboristeria o all’aromatizzazione vanno tagliate in tempi diversi; per la produzione delle foglie per uso alimentare è necessario sfalciare meccanicamente il prato più volte, nel periodo compreso fra maggio e settembre. La raccolta delle sommità fiorite avviene all’inizio della fioritura, nella seconda metà di luglio, quando il contenuto in principi attivi è massimo. Per la produzione dell’essenza la raccolta della pianta avverrà poco prima della fioritura. La produzione di massa verde ottenuta dallo sfalcio della pianta intera è di 150-200 q/ha corrispondente a 40-50 q/ha di massa secca e a 15-20 ql di foglia secca monda. La produzione di seme è di 1,5-2 q/ha. La resa in olio essenziale è legata alle varietà impiegate, al terreno, ai vari fattori climatici. Mediamente la resa è dello 0,2-0,3%. Maggiori rese si hanno con le varietà piemontesi o francesi la cui resa sale a 0,4-0,6%. La resa media in olio essenziale può ritenersi quella citata dal Fenaroli: kg. 0,200-0,300 per q di prodotto fresco; kg 1-1.400 per q di prodotto secco. La massima resa è stata ottenuta dalle piante di estragone della varietà francese (da considerarsi superiore a tutte anche dal punto di vista della qualità) che supera nella resa percentuale di olio essenziale la varietà di estragone russo. L’olio essenziale ha una colorazione variabile dal giallo pallido al giallo verde, un odore caratteristico che ricorda quelli dell’anice e della senape. La distillazione da preferirsi è quella eseguita in corrente di vapore.

Avversità
La varietà piemontese è molto sensibile alla ruggine, (Puccinia dracunculina Fahr. e Albugo tragopogonis (Pers.) Gray). A tale fenomeno sono più soggette le foglie basali della pianta e le piante poste nei fondovalle ed in pianura. I primi sintomi compaiono in luglio, in presenza di caldo umido, e si manifestano con macchie rotondeggianti brune. Il danno diventa consistente e causa la completa distruzione delle foglie. Il prodotto con sintomi di ruggine non potrà essere destinato alla raccolta delle foglie, ma, eventualmente, alla sola distillazione.
Si può intervenire con pratiche agronomiche scegliendo l’ambiente più idoneo (coltivazione in zone collinari ben esposte), praticando una rapida raccolta della pianta al verificarsi dei primi sintomi della malattia, eseguendo ampie rotazioni. Sono stati riscontrati danni da nematodi e da lepidotteri ma di minima entità.

Produzione del seme
La produzione del seme è poliennale ed è molto difficile. La pianta presenta fiori ermafroditi, l’infiorescenza a pannocchia. Il corredo cromosomico 2n=18.

Uso in cucina e proprietà terapeutiche La pianta, nota in Francia con il nome di “Estragon”, ha proprietà, aperitive, stomachiche, medicinali, ed è una tipica pianta da condimento. In infuso può alleviare l’insonnia e la costipazione. L’olio essenziale si impiega come aromatizzante nell’industria alimentare. Per il suo profumo delicato tra l’anice e il sedano è adatto per insaporire piatti di pesce, frittate, formaggi freschi, salse e ripieni.
Una ricetta culinaria è la seguente: mettere in una casseruola vino, cipolline, aceto, la metà del dragoncello e il pepe, bollendo finchè il liquido non asciughi e ne rimangono due cucchiai. Sistemare il liquido rimasto in un pentolino a bagnomaria (facendo bene attenzione a non far bollire l’acqua) e aggiungere un pò per volta i cubetti di burro e i rossi d’uovo sbattuti, mescolando lentamente fino a che la salsa sia densa. Togliere dal fuoco, salare a piacere e aggiungere il dragoncello rimasto. E’ una salsa da servire tiepida.
Figura 43 – Pianta cespiforme di Artemisia dracunculus. Figura 44 – Scapi fiorali a pannocchia di Artemisia dracunculus. Figura 45 – Seme.


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Issopo (Hyssopus officinalis L.)

Sistematica dell’issopo ( Hyssopus officinalis L.) sec. il sistema Cronquist
Superdominium/Superdominio: Biota
Dominium/Dominio: Eucariota Whittaker & Margulis,1978
Regnum/Regno: Plantae Haeckel, 1866
Subregnum/Sottoregno: Viridaeplantae Cavalier-Smith, 1998 (Piante verdi)
Superdivisio/Superdivisione: Spermatophyta Gustav Hegi, 1906 (Piante con semi)
Divisio/Divisione o Phylum: Tracheophyta Sinnott, 1935 ex Cavalier-Smith, 1998 -
Subdivisio/Sottodivisione: Magnoliophytina Frohne & U. Jensen ex Reveal, 1996
Classis/Classe: Rosopsida Batsch, 1788
Subclassis/Sottoclasse: Lamiidae Takht. ex Reveal 1993
SuperOrdo/SuperOrdine: Lamianae Takht., 1967
Ordo/Ordine: Lamiales Bromhead, 1838
Subordo/Sottordine: Lamiineae Bessey in C.K. Adams, 1895
Familia/Famiglia: Lamiaceae Lindley, 1836
Tribus/Tribù: Hyssopeae Burnett, 1835
Subtribus/Sottotribù: Hyssopinae Endl., 1838
Genus/Genere: Hyssopus L. (1753)
Species/Specie: Hyssopus officinalis L. 1753

Sistematica dell’issopo ( Hyssopus officinalis L. 1753) sec. il sistema APG II
Superdominium/Superdominio: Biota
Kingdom/Regno: Plantae (Plants/Piante)
Clade: Angiosperme
Clade: Eudicotiledoni
Clade: Tricolpate basali
Clade: Asteridi
Clade: Euasteridi I
Ordo/Ordine: Lamiales Bromhead, 1838
Familia/Famiglia: Lamiaceae Lindley, 1836
Tribus/Tribù: Hyssopeae Burnett, 1835
Genus/Genere: Hyssopus L. (1753)
Species/Specie: Hyssopus officinalis L. 1753


Generalità e diffusione
Pianta erbacea perenne originaria dell'Europa del sud e dell'Asia occidentale. L’issopo, spontaneo in molte zone montane dell'Italia settentrionale, compare a volte anche in pianura nel resto dell'Italia. L’issopo è ora ben distribuito negli Stati Uniti ed in Europa.
L’issopo ha i seguenti nomi volgari: in inglese e negli Stati Uniti Hyssop; in francese hysope officinale; in spagnolo hisopo; in tedesco Ysop; in portoghese hissopo; in olandese hysop; in danese isop.
Sono note alcune sottospecie di Hyssopus officinalis: Hyssopus officinalis L. ssp. aristatus (Godr.) Briq.; Hyssopus officinalis L. ssp. officinalis.
L’issopo è coltivato fin dai tempi più remoti.

Caratteri botanici
Presenta fusti eretti o ascendenti e di forma squadrata, ramificati e legnosi alla base, erbacei superiormente alti fino a 50 cm (figura 46). Le foglie aromatiche dell’Hyssopus officinalis, da cui viene estratto un olio usato dall'industria profumiera e dalle distillerie, sono strette e lunghe da pochi millimetri a oltre due centimetri, appuntite, lineari o lanceolate, lievemente pelose, di un bel verde intenso. I piccoli fiori, riuniti in gruppi ascellari e formanti una spiga apicale, possono essere di colore azzurro intenso, più raramente bianco e rosa (figura 47). L’impollinazione è entomofila. I semi sono di colore marroncino, di poco più di 2 millimetri di lunghezza e meno di 1 mm di larghezza (figura 48). Il corredo cromosomico 2n=12.

Figura 46 – Pianta di Hyssopus officinalis.
Figura 47 – Coltivazione di Hyssopus officinalis. Figura 48 – Semi di Hyssopus officinalis.

Habitat
L’issopo, spontaneo in molte zone montane dell’Italia settentrionale, compare talora anche in pianura nel resto dell’Italia, in particolare in Toscana e nel territorio attorno a Napoli. Per quanto riguarda il terreno non è particolarmente esigente, ma predilige terreni sassosi, piuttosto aridi e ben esposti, leggeri, calcarei. L’issopo può venir coltivato con successo anche in vaso.

Coltivazione
L’issopo viene coltivato fuori rotazione, mentre la consociazione non è conveniente. La coltivazione in serra o in tunnel non è usata.
L’issopo ha bisogno di un clima mite alla semina, caldo durante il ciclo vegetativo, mentre la sua esigenza di acqua è modesta durant tutto lo sviluppo.
La semina in semenzaio avviene all’aperto nel periodo marzo-giugno. Il trapianto si effettua in giugno-settembre, 90-120 giorno dopo la semina utilizzando piantine intatte. Si mettono a dimora 16-20 piante a m2. La distanza tra le file è 25-30 cm, sulla fila 20-25 cm. La profondità d’impianto è quella per la quale il colletto deve rimanere a livello del terreno. La moltiplicazione avviene per divisione dei cespi o talee, da effettuare in primavera avanzata, o all’inizio dell'autunno. Questa erbacea è decisamente robusta e la sua coltivazione non richiede cure particolari. Le piante vanno sostituite ogni 4-5 anni.
I lavori colturali sono rappresentati da scerbature che sono indispensabili, da rincalzature che a volte non sono necessarie e che comunque riescono utili. L’irrigazione non è praticata, come pure i trattamenti antiparassitari ed il diserbo. I parassiti che si possono riscontrare sono la ruggine (Puccinia glechomatis DC.) e l’oidio (Oidium erysiphoides Fr.) L’issopo può venir coltivato con successo anche in vaso.

Raccolta e conservazione
La raccolta è scalare e manuale e comincia all’inizio della fioritura in giugno-agosto. I fiori vanno raccolti appena iniziano a schiudersi; le foglie, secondo necessità, in ogni periodo dell'anno. Foglie ed infiorescenze si conservano dopo averle essiccate e sono ottime componenti dei pot-pourri. La produzione è di 600 q/ha, mentre la produzione per pianta è di 500 g.
La produzione di seme è poliennale. Il seme si raccoglie in settembre-ottobre mediante recisione degli steli e successivo essiccamento e trebbiatura delle spighe. La durata della germinabilità è di 3 anni. In un grammo vi sono 820 semi; in un litro si contano 488.000 semi, corrispondente a 575 g; 1.000 semi pesano 1,2 g.

Uso in cucina
La modalità di consumo dell’issopo è quella aromatizzante e la sua destinazione è l’industria e l’orto familiare. I fiori e le foglie più tenere si possono aggiungere nelle insalate, minestre, ragù e arrosti. Le sommità fiorite si usano in alcune salse e zuppe, sono inoltre un ingrediente dei liquori d’erbe.

Proprietà terapeutiche
Un infuso di foglie di issopo può risultare utile per curare tossi e raffreddori; una tazza d’infuso, bevuta dopo i pasti, può favorire, inoltre, il processo digestivo. Tuttavia, nell'uso dell’issopo, poiché può avere diversi effetti collaterali, è bene consultare il medico.

Curiosità
Se si mette a dimora qualche pianta di issopo nell’orto, nei pressi dei filari di cavoli, si tengono lontane da questi ultimi le temute farfalle cavolaie le quali vengono attirate altrove dalla fragranza dei fiori dell’issopo.

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Salsola o Roscano (Salsola asparagoides L. o Salsola soda L. o Salsola Kali L.)

Sistematica della Salsola o Roscano (Salsola asparagoides L. o Salsola soda L. o Salsola Kali L.) sec. il sistema Cronquist
Superdominium/Superdominio: Biota
Dominium/Dominio: Eucariota Whittaker & Margulis,1978
Regnum/Regno: Plantae Haeckel, 1866
Subregnum/Sottoregno: Viridaeplantae Cavalier-Smith, 1998 (Piante verdi)
Superdivisio/Superdivisione: Spermatophyta Gustav Hegi, 1906 (Piante con semi)
Divisio/Divisione o Phylum: Tracheophyta Sinnott, 1935 ex Cavalier-Smith, 1998 -
Subdivisio/Sottodivisione: Magnoliophytina Frohne & U. Jensen ex Reveal, 1996
Classis/Classe: Rosopsida Batsch, 1788
Subclassis/Sottoclasse: Caryophyllidae Takht. 1967
SuperOrdo/SuperOrdine: Caryophyllanae Takht., 1967
Ordo/Ordine: Caryophyllales Perleb, 1826
Familia/Famiglia: Chenopodiaceae Vent., 1799
Subfamilia/Sottofamiglia: Salsoloideae Kostel., 1835
Tribus/Tribù: Salsoleae Dumort., 1827
Subtribus/Sottotribù: Sevadineae Moquin-Tandon, 1849
Genus/Genere: Salsola L. (1753)
Species/Specie: Salsola asparagoides L. 1753 o Salsola soda L. 1753 o Salsola Kali L. 1753

Sistematica della Salsola o Roscano (Salsola asparagoides L. o Salsola soda L. o Salsola Kali L.) sec. il sistema APG II

Superdominium/Superdominio: Biota
Kingdom/Regno: Plantae (Plants/Piante)
Clade: Angiosperme
Clade: Eudicotiledoni
Clade: Core
Ordo/Ordine: Caryophyllales Perleb, 1826
Familia/Famiglia: Amaranthaceae Juss., 1789
Genus/Genere: Salsola L. (1753)
Species/Specie: Salsola asparagoides L. 1753 o Salsola soda L. 1753 o Salsola Kali L. 1753

Generalità e diffusione
La Salsola soda L., comunemente chiamata “salsola soda” in italiano, “Barilla plant” in inglese, “Oppositeleaf Russian Thistle” in americano è una pianta appartenente alla famiglia delle Chenopodiaceae (assegnata alle Amaranthaceae dalla classificazione APG). È una pianta di dimensioni che raggiungono, massimo, i 70 cm, annuale, con foglie e fusto succulenti, di colore tendente al rosso. È una pianta alofita, per cui, in quanto tale, richiede dei suoli ricchi di sale; cresce abitualmente nelle zone costiere, in aree sabbiose e dunose ed è originaria del bacino del Mediterraneo (figura 49).
È una pianta dai molteplici usi; è edibile e viene perciò largamente usata in cucina (in questo ambito la pianta viene anche chiamata “agretto”) e veniva, inoltre, usata, in passato, quale importante fonte di soda (carbonato di sodio), che veniva estratta dalle ceneri dopo combustione. Produce dei piccoli fiori che formano infiorescenze e che spuntano direttamente dal fusto, alla base delle foglie.
La forma biologica è T scap (pianta erbacea annuale, con portamento eretto); il periodo di fioritura è VII-VIII; il tipo corologico Paleotemperato; l’altitudine (min/max) 0/0 m.
La specie è nativa dell’Eurasia e del Nord Africa, ed è conosciuta soprattutto in Italia (in particolare in Sicilia) e in Spagna, dove in passato si incentrava la sua coltivazione. Attualmente, è diffusa anche in Europa ed è stata importata anche negli Stati Uniti, Paese in cui sta diventando una specie invasiva, specialmente nei suoli salini della California. Esistono evidenze che il suo areale si stia estendendo anche all’America del sud.

Usi alimentari
Le foglie ed i fusti di S. soda sono commestibili e, principalmente le piantine giovani e i germogli, largamente usate in cucina (figura 50). La pianta è utilizzata soprattutto nella dieta mediterranea, ed in particolare in Italia (dove è una verdura nota con il nome di “barba del frate” o “agretti”) e in Spagna (dove è nota con il nome di ”barrilla”). È diffusa anche nella cucina aglosassone, dove viene chiamata con il nome italiano di “agretti”. In Romagna viene popolarmente chiamata ”lischi”.

Figura 49 – Salsola soda nel suo habitat. Figura 50 – Mazzetti di Salsola soda appena colti.

La Salsola kali L. vive sui litorali sabbiosi, fascia delle prime dune, quale pioniera su sabbia priva di vegetazione. Etimologicamente, il nome del genere si riferisce al suo sapore salato, quello specifico dal nome Kali = potassa, riconduce al significato del nome generico.
I sinonimi accertati sono: Salsola acicularis Salisb., Salsola aptera Iljin, Salsola macrophylla R. Br., Salsola praecox Litv., Salsola pontica Iljin, Salsola rosacea Cav., Salsola scariosa Stokes, Salsola spinosa Lam. Sono altresì note delle sottospecie: Salsola kali L. ssp. kali, Salsola kali L. ssp. ruthenica (Iljin) Soó, Salsola kali L. ssp. tragus (L.) Nyman. I nomi comuni nei diversi Paesi sono “erba cali”o semplicemente “salsola” in italiano; in inglese “Saltwort”; in americano “Russian Thistle”; in tedesco “Kalikraut”; in spagnolo “barrila pinchosa”; in portoghese “barrilheira”.
Salsola soda
Botanica
Pianta erbacea annuale, ramificata, carnosa, ha l’aspetto di una piccola pianta grassa che le deriva dall’adattamento all’ambiente di crescita, alta fino a 60 cm, grigio-verde o giallastra, glabra o irsuta. Il fusto si presenta divaricato, con numerosi rami patenti o ascendenti, venato di chiaro o di rossastro (figura 51). Le foglie alterne, senza stipole, opposte, con lamina lineare o lesiniforme, aculeata, con la base allargata e il margine membranoso, lunghe da 1 a 4 cm. Sono carnosette e pungenti e spinose all’apice, le superiori più corte e più larghe, le inferiori lineari e patenti lungo il fusto (figura 51). I fiori ermafroditi, poco appariscenti, solitari o in numero di 2-3 formano, spighe rade alle ascelle delle foglie superiori, con due bratteole, ovato-triangolari, rigide con una lunga spina giallastra, più lunghe e più evidenti dei fiori stessi (figura 52). Perigonio biancastro (figura 53) o rossastro (figura 54), ovoidale, appuntito che diventa pergamenaceo, carenato o alato al momento della fruttificazione, tepali liberi e antere appena sporgenti. Il frutto è un otricello membranoso, chiuso nel perigonio.

Figura 51 – Pianta di Salsola kali. Figura 52 – Infiorescenze a pannocchia di Salsola kali.
Figura 53 – Perigoni argentei e pergamenacei di Salsola kali. Figura 54 – Perigoni rosati di Salsola kali.
Figura 55 – Pianta di Salsola kali nel suo habitat sabbioso e marino. Figura 56 – Pianta di Salsola kali sulla duna, pioniera su suoli privi di vegetazione.


Proprietà e utilizzi
Pianta che contiene acidi organici, segnatamente acido ossalico, sali di sodio, di calcio, di potassio e di magnesio, vitamine del gruppo B e la C, grazie a questi principi attivi le si attribuivano in passato proprietà rimineralizzanti e diuretiche e veniva anche utilizzata in decotto come lozione per pelli rugose e rilassate.
Le giovani foglie possono essere consumate in insalata, lessate o cucinate per minestre, sughi, sformati. In passato le piante essiccate venivano aggiunte a vari legumi per accelerarne la cottura. Per il l’alto contenuto di soda ( 25%) delle sue ceneri nel XVIII secolo tale sostanza veniva estratta e commercializzata col nome di “soda vegetale” o “soda coltivata”.

Altre specie di salsola e descrizione di un interessante biotopo floristico
Sono note diverse altre specie del genere Salsola: la Salsola asparagoides Miq 1866, la Salsola agrigentina Guss. 1827,un endemismo siciliano e del Mediterraneo atlantico, la Salsola oppositifolia Desf. 1798, un endemismo della Sicilia e della Calabria, la Salsola tragus L. 1756, secondo alcuni una sottospecie di S. soda (Salsola kali L. ssp. tragus (L.) Nyman) Salsola vermiculata L. 1753, diffusa in Sicilia, Sardegna, ed in Europa sud-occidentale, la Salsola verticillata Schousboe, diffusa nell’Europa meridionale atlantica.
Nel trattare la S. soda e la S. kali ed in generale il genere Salsola ci si vuole riferire alla riserva naturale orientata di Torre Salsa, tra Siculiana Marina ed Eraclea Minoa (in provincia di Agrigento), dove le falesie di gesso si alternano alle marne calcaree a Globigerina, ricoperte talvolta da strati di argilla.
La vegetazione erbacea e cespugliosa che ricopre l'ambiente, talora impervio, talvolta consente l'accesso alla splendida spiaggia da stretti sentieri tra le rocce. Il mare é limpidissimo, i fondali rigogliosi di flora e ricchi di fauna.
Il litorale della Riserva, lungo circa 6 km., é caratterizzato da strati di costa alta dove emergono le argille azzurre, stratificazioni calcaree con banchi di gesso, marne bianche erose dall'azione eolica che formano delle falesie a strapiombo e sabbia sciolta nei tratti bassi che costituiscono le dune costiere.
In corrispondenza delle argille azzurre si trova una sorgente d'acqua dolce perenne con la formazione di terreni sortumosi e dove si insedia una caratteristica vegetazione igrofila. Dati i tipi pedolitologici che emergono nella zona, correlati ai dati climatici propri della Sicilia meridionale, caratterizzati da lunghi periodi di siccità tra i mesi di marzo e settembre, incontriamo fasce vegetazionali diversificate, ognuna delle quali si adatta ad un preciso substrato.
Dalla flora censita nella zona risulta una prevalenza di piante e forme biologiche tipiche delle zone aride, come tutte le sottoforme delle Terofite e delle Geofite, cioé quelle piante che attraversano la stagione avversa sia sotto forma di semi sia sotto forma di bulbi e rizomi. Questo tipo di piante oltre a rappresentare quella componente effimera della flora, ne rappresentano anche la maggior parte. Nella componente arbustiva, invece, prevalgono elementi di macchia come l'euforbia arborescente (Euphorbia dendroides), il lentisco (Pistacia lentiscus), la spina santa (Lycium europaeum), il sommacco (Rhus coriaria), la Suaeda (Suaeda fruticosa), radi cespugli di palma nana (Chamaerops humilis), il rosmarino (Rosmarinus officinalis), la daphne (Daphne gnidium), la spazzaforno (Thymelaea hirsuta), il malvone di Agrigento (Lavatera agrigentina), raro endemismo della Sicilia meridionale; l'oleastro (Olea europaea var sylvestris), lo sparzio villoso (Calicotome infesta), il camedrio femmina (Teucrium fruticans), il tè siciliano (Prasium maius), il timo (Thymus capitatus), il salvione giallo (Phlomis fruticosa).
Non mancano elementi boschivi per diverse iniziative di rimboschimento effettuati a varie riprese quali: pini d'Aleppo (Pinus halepensis), eucalipti (Eucaliptus amaldolensis), mioporo (Mioporus insularis), ed acacie (Acacia cyanophylla); una entità relittuale si incontra in una vera "nicchia ecologica" priva di agenti di disturbo ed é rappresentata da una modesta popolazione di ginepro feniceo (Juniperus phoenicea), ed apprezzabile risulta anche nelle schiarite dei cespuglieti, la florula ad orchidee spontanee dove abbiamo incontrato la Barlia robertiana, l'Orchis collina, l'Ophrys fusca, l'Ophrys bombyliflora, Ophrys tenthredinifera, l'Ophrys lutea, l'Ophrys speculum, la Serapias parviflora, l'Anacamptis pyramidalis, l'Ophrys incubacea, l'Ophrys oxyrrynchos, l'Orchis papilionacea, l'Orchis italica.
Molto ricca ed importante risulta, nella zona dunale, la componente alofitica in tutte le sue formazioni dal "cakiletum", fascia pioniera per eccellenza dove si trovano il ravastrello marittimo o "cavolo di mare" (Cakile maritima), le salsole (Salsola soda, Salsola kali e, un interessante endemismo la Salsola agrigentina che si ritrova soprattutto in Sicilia), all'agropyretum-ammofiletum dove prevalgono la gramigna delle spiagge (Agropyron jungeum), la pannocchina dei lidi (Aeluropus litoralis), lo sparto pungente (Ammophila litoralis), la santolina delle spiagge (Otanthus maritimus), la calcatreppola (Eryngium maritimum), l'erba medica marina (Medicago marina); tutte partecipano, seppure in condizioni estreme, al consolidamento delle creste dunali; alla zona postdunale dove vivono la finocchiella mediterranea (Seseli tortuosum), il giglio di S. Pancrazio (Pancratium maritimum), la cardogna comune (Scolymus hispanicus), lo zigolo delle spiagge (Cyperus kalli), la liquirizia (Glycyrrhiza glabra), la canna d'Egitto (Saccharum spontaneum) e le tamerici (Tamarix africana)
. Altro insediamento notevole e importante di vegetazione idrofila é nella zona denominata "pantano", dove in prevalenza incontriamo un fitto popolamento di cannucce di palude (Phragmites australis), la lisca (Typha latifolia), il cardo cretico (Cirsium creticum), nella parte più bassa la convolvulacea alofita (Cressa cretica), la salicornia fruticosa (Arthrocnemum fruticosum), qualche cespuglio di atriplice portulacoide (Halimione portulacoides), ed ancora varie specie di giunchi dal maritimus all'acutus al compresso ed intercalati a questa vegetazione, esemplari arborei di tamerici alti 6-7 m.
Notevole anche la flora di ambienti di steppa dove prevalgono graminacee perenni come il saracco, localmente detto "disa" (Ampelodesmos mauritanicus) un tempo molto usato per realizzare legami per i covoni del grano, lo sparto (Lygeum spartum), anche questo una graminacea dalla fibra tenace usato, in ambito locale, sia per legami del grano, sia per legare le viti ai tutori, il barboncino mediterraneo (Cymbopogon hirtus), graminacea di origine tropicale, il lino delle fate annuale (Stipa capensis), il barbone a due spighe (Andropogon distachyus); nello stesso ambiente s'incontra il gladiolo dei campi (Gladiolus italicus) e il narciso autunnale (Narcissus serotinus).
Nel complesso possiamo dire, data la conformazione e la natura dei suoli, gli acclivi con le relative esposizioni al sole, i pochi corsi d'acqua, le scarse precipitazioni, i lunghi periodi di insolazione e tutte le caratteristiche edafoclimatiche, che nell'area della riserva prevalgono, oltre alle già citate formazioni effimere piante con abitudini prettamente termoxeriche.

Usi industriali
In passato, la combustione delle piante di S. soda e di S. kali era uno dei principali metodi di ottenere il carbonato di sodio, la soda. Questo è un composto alcalino che veniva utilizzato, fra l’altro, per la lavorazione del vetro, per la produzione del sapone e per altri vari scopi. Dalle ceneri risultanti dalla combustione di S. soda, con opportuna lavorazione si può ottenere soda in percentuale pari al 30%.
Le piante di questa specie tendono ad accumulare sodio in presenza di suoli ricchi di sali; in questo modo i loro tessuti arrivano a possedere un'alta concentrazione di ioni sodio. Quando la piante viene bruciata, l'anidride carbonica che si produce reagisce, presumibilmente, con il sodio e forma il bicarbonato.
Il fatto che S. soda accumuli sodio è una prerogativa che questa pianta condivide con le altre piante alofite; per la stragrande maggioranza delle piante, infatti, il sodio è nocivo e viene ritenuto nei tessuti in maniera minima, in confronto ad altri elementi quali, ad esempio, il potassio. Le piante alofite, invece, possiedono appositi meccanismi cellulari che immagazzinano il sodio in una struttura apposita, il vacuolo, impedendogli così di circolare liberamente per i tessuti, neutralizzandone la tossicità. La quasi totalità del sodio presente in una pianta alofita è infatti contenuto nel vacuolo.
Queste piante sono state un’importante ed essenziale fonte di soda per usi industriali fino all'inizio del XIX secolo; in particolare la Spagna possedeva larghe coltivazioni di S. soda (chiamata “barrilla” in spagnolo) atte alla produzione di questo composto. L'introduzione, agli inizi dell’800, di nuovi e più convenienti processi di produzione della soda, quale il processo Leblanc, che permetteva di ottenerla dal calcare e dall'acido solforico, mise fine all'utilizzo industriale delle piante alofite.

Altre notizie
Nella zona mediterranea i pollini più frequentemente responsabili di allergia respiratoria sono: Parietaria, Graminaceae, Compositae, Platanus, Betulaceae. Recentemente è stata osservata una frequente sensibilizzazione anche al polline di Cupressaceae, Ambrosia e Chenopodiaceae. Alcuni autori riferiscono che nel Nord Africa la concentrazione di polline di Chenopodiaceae è circa 20 volte maggiore rispetto alla zona mediterranea. Alcuni lavori sono stati realizzati per studiare le caratteristiche morfologiche del polline di Salsola; nonché la distribuzione della pianta in Italia e di valutarne la frequenza di sensibilizzazione in una popolazione di pazienti allergici. Sono stati studiati 436 pazienti di cui 343 positivi al Prick test per i più comuni allergeni della zona (Parietaria, Graminacee, Olea europaea, Compositae, e Salsola kali) e 90 soggetti negativi. Per la caratterizzazione morfopollinica è stata utilizzata le tecnica di Erdtman. È stato dimostrato come la sensibilizzazione alla S. kali è presente nel 13,7% dei casi, sempre in associazione con altri tipi di pollini, tranne in un solo caso di sensibilizzazione isolata. Si sottolinea quindi l’importanza che può rivestire nella nostra penisola la sensibilizzazione alla salsola, resta da verificare l’incidenza di questo polline nei campionamenti atmosferici.

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Spinacio Nuova Zelanda o Tetragonia (Tetragonia tetragonioides (Pallas) Kuntze o Tetragonia espansa Murray)

Sistematica dello Spinacio di Nuova Zelanda o Tetragonia (Tetragonia tetragonioides (Pallas) Kuntze o Tetragonia espansa > Murray) sec. il sistema Cronquist
Superdominium/Superdominio: Biota
Dominium/Dominio: Eucariota Whittaker & Margulis,1978
Regnum/Regno: Plantae Haeckel, 1866
Subregnum/Sottoregno: Viridaeplantae Cavalier-Smith, 1998 (Piante verdi)
Superdivisio/Superdivisione: Spermatophyta Gustav Hegi, 1906 (Piante con semi)
Divisio/Divisione o Phylum: Tracheophyta Sinnott, 1935 ex Cavalier-Smith, 1998 -
Subdivisio/Sottodivisione: Magnoliophytina Frohne & U. Jensen ex Reveal, 1996
Classis/Classe: Rosopsida Batsch, 1788
Subclassis/Sottoclasse: Caryophyllidae Takht. 1967
SuperOrdo/SuperOrdine: Caryophyllanae Takht., 1967
Ordo/Ordine: Caryophyllales Perleb, 1826
Familia/Famiglia: Tetragoniaceae Nakai, 1942
Subfamilia/Sottofamiglia: Tetragonioideae Lindl., 1846
Tribus/Tribù: Tetragonieae Fenzl, 1839
Genus/Genere: Tetragonia L. (1753)
Species/Specie: Tetragonia tetragonioides (Pallas) Kuntze, 1891 o Tetragonia espansa Murray, 1783

Sistematica dello Spinacio di Nuova Zelanda o Tetragonia (Tetragonia tetragonioides (Pallas) Kuntze o Tetragonia espansa > Murray, 1783) sec. il sistema APG II

Superdominium/Superdominio: Biota
Kingdom/Regno: Plantae (Plants/Piante)
Clade: Angiosperme
Clade: Eudicotiledoni
Clade: Core
Ordo/Ordine: Caryophyllales Perleb, 1826
Familia/Famiglia: Tetragoniaceae Nakai, 1942
Genus/Genere: Tetragonia L. (1753)
Species/Specie: Tetragonia tetragonioides (Pallas) Kuntze, 1891 o Tetragonia espansa Murray, 1783


Generalità



Figura 57 – Coltura di Tetragonia tetragonioides e particolari di una pianta (a destra).




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Tanaceto o Erba amara o Atanasia (Tanacetum vulgare L.)



Sistematica


Generalità
Il tanaceto è una pianta diffusa negli Stati Uniti, nell’Europa ed in Italia.

Figura 58 – Vegetazione di Tanacetum vulgare.
Figura 59 – Particolari della foglia di Tanacetum vulgare.
Figura 60 – Cluster di fiori di Tanaceto.
Figura 61 – Infiorescenze di Erba amara.
Figura 62 – Fiori di Atanasia.



Generalità e diffusione

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Nasturzio (Tropaeolum majus L. e Tropaeolum minus L.)



Sistematica


Generalità
Il nasturzio è una pianta diffusa negli Stati Uniti, nell’Europa ed in Italia.

Figura 63 – Foglia tipicamente raggiata di nasturzio.
Figura 64 – Pianta in antesi di nasturzio.
Figura 65 – Fiore di Tropaeolum majus.
Figura 66 – Fiore di Tropaeolum minus.


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Arachide (Arachis hypogeae L.)

Sistematica dell’Arachide (Arachis hypogeae L.) sec. il Sistema Cronquist
Superdominium/Superdominio: Biota
Dominium/Dominio: Eucariota (Eukaryota o Eukarya/Eucarioti)
Regnum/Regno: Plantae (Plants/Piante)
SubRegnum/Sottoregno: Tracheobionta (Vascular plants/Piante vascolari)
Superdivisio/Superdivisione Spermatophyta (Seed plants/Piante con semi)
Divisio/Divisione: Magnoliophyta (Flowering plants/Piante con fiori)
Classis/Classe: Rosopsida Batsch, 1788
Subclassis/Sottoclasse: Rosidae Takht., 1967
SuperOrdo/Superordine: Fabanae R. Dahlgren ex Reveal, 1993
Ordo/Ordine: Fabales
Familia/Famiglia: Fabaceae o Papilionacee
Subfamilia/Sottofamiglia: Faboideae o Papilionoideae (Giseke, 1792) DC., 1825
Tribus/Tribù: Aeschynomeneae
Subtribus/Subtribù: Stylosanthinae Benth. & Hook.f., 1865
Genus/Genere: Arachis L., 1753
Species/Specie: Arachis hypogeae L., 1753
Sistematica dell’Arachide (Arachis hypogeae L.) sec. il sistema APG

Superdominium/Superdominio: Biota
Kingdom/Regno: Plantae (Plants/Piante)
Clade: Angiosperme
Clade: Eudicotiledoni
Clade: Eudicotiledoni o Angiosperme tricolpate
Clade: Nucleo delle tricolpate
Clade: Rosidi
Clade: Eurosidi I
Ordo/Ordine: Fabales
Familia/Famiglia: Fabaceae o Papilionacee
Subfamilia/Sottofamiglia: Faboideae o Papilionoideae (Giseke, 1792) DC., 1825
Tribus/Tribù: Aeschynomeneae
Subtribus/Subtribù: Stylosanthinae Benth. & Hook.f., 1865
Genus/Genere: Arachis L., 1753
Species/Specie: Arachis hypogeae L., 1753

Generalità
I sinonimi di questa specie sono:

  • Arachis africana Lour., 1790
  • Arachis americana Tenore, 1811
  • Arachis asiatica Lour., 1790
  • Arachis hypogea L. forma communis (A.Chev.) F. J. Herm.,
  • Arachis hypogea L. forma macrocarpa (A.Chev.) Hoehne,
  • Arachis hypogea L. forma microcarpa (A.Chev.) Hoehne,
  • Arachis hypogea L. forma nambyquarae (Hoehne) F. J. Herm.,
  • Arachis hypogea L. forma typica Hoehne,
  • Arachis hypogea L. subsp. fastigiata Waldron,
  • Arachis hypogea L. subsp. nambyquarae (Hoehne) A.Chev.,
  • Arachis hypogea L. subsp. oleifera A. Chev.,
  • Arachis hypogea L. var. communis A.Chev.,
  • Arachis hypogea L. var. gigantea Patel & Narayana,
  • Arachis hypogea L. var. hirsuta Kohler,
  • Arachis hypogeaL. var. macrocarpa A.Chev.,
  • Arachis hypogea L. var. microcarpa A.Chev.,
  • Arachis hypogea L. var. nambyquarae (Hoehne) Burkart,
  • Arachis hypogea L. var. stenocarpa A.Chev.,
  • Arachis hypogea L. var. vulgaris Harz,
  • Arachis nambyquarae Hoehne ,
  • Arachis rasteiro A. Chev., 1929


I nomi comuni con cui questa specie è chiamata in alcune principali parti del mondo sono:
  • AFRIKAANS: Apeneutjie, Grondboontjie.
  • ARABIC: Fûl sûdânî, فُولٌ سُودانِيّ Fûl sûdânî.
  • BENGALI: চিনাবাদাম (cinābādāma), মাটকলাই Mata kalai (māṭa-kalāi).
  • BURMESE: Mye pai.
  • CHINESE: Luo hua sheng, Hua sheng, Chang sheng guo.
  • CZECH: Burský oříšek, Podzemnice olejná.
  • DANISH: Jordnød, Jordnødder, Jordnoedder.
  • DUTCH: Aardnoot, Grondnoot, Pindaplant
  • ENGLISH: Earth-nut, Earthnut, Goober, Ground-nut, Groundnut, Peanut.
  • ESTONIAN: Maapähkel.
  • FINNISH: Maapähkinä.
  • FRENCH: Arachide, Cacahuète, Pistache de terre, Pistachier de terre.
  • GERMAN: Erdnuß, Echte Erdnuss, Erdmandel.
  • GREEK: Aραχίδα Arahida (sing.), Αραχίδες Arahides (plur.), Αραχίδη Arahidi, Aράπικο φυστίκι Arapico fistiki.
  • HINDI: Cini badama (cīnā-badāma), Moong phali, Mosambi cana (mosaṃbī caṇā), Mumg phali (mūṃg-phalī), Muungaphalii.
  • ITALIAN: Arachide, Mandorla di terra, Nocciolina, Nocciolina americana, Pistacchio di terra.
  • JAPANESE: Nankinmame, Piinatsu, Piinattsu, Rakkasei, Rakkasei,
  • KANNADA: Kadale kayi (kaḍalē-kāyi).
  • KHMER: Sandaek dei.
  • KOREAN: Ttang kong.
  • MALAYALAM: Nellakkadalai, നിലക്കടല Nilakkatala (nilakkaṭala).
  • MARATHI: Bhui muga (bhuī mūga), (vilāyatī mūga).
  • NEPALESE: Mungphalii.
  • POLISH: Orzech ziemny, Orzacha podziemna.
  • PORTUGUESE: Amendoim, Amendoim verdadeiro (Brazil), Aráquida, Jinguba, Mancarra, Mendoim (Brazil), Mendubi, Mondubim (Brazil), Mudubim (Brazil).
  • RUSSIAN: Arakhis.
  • SANSKRIT: Bhu canaka, Mandapi.
  • SINHALESE: Rata kaju.
  • SLOVAKIAN: Podzemnica olejná.
  • SPANISH: Alcagüeses, Aráquido, Avellana americana, Cacahuate, Cacahuete, Maní, Manî.
  • SWEDISH: Jordnød.
  • TAMIL: kaṭalai-k-kāy, maṇilākkoṭṭai, maṉilāppayaṟu Verikaddalai (vēr-k-kaṭalai).
  • TELUGU: eeru senaga.
  • THAI: Thùa lísong.
  • TURKISH: Yerfıstığı.
  • URDU: Mugphalii.
  • VIETNAMESE: Đậu phộng.

Origine e diffusione
L’Arachide è una pianta oleaginosa di importanza mondiale, originaria del Brasile. Dal Sud America si è diffusa negli altri continenti. In Italia la coltivazione ha avuto alterna fortuna dal 1870, anno in cui fu coltivata per la prima volta nei dintorni di Valenza (Alessandria), senza mai assumere vaste proporzioni.
Le aree maggiormente interessate a questa coltura sono l’Asia e l’Africa; seguono a notevole distanza le Americhe, l’Oceania e l’Europa (Grecia, Spagna e Italia dove è diffusa in Veneto e Campania). La diffusione in U.S.A. è riportata in figura 1.

Figura 67 – Diffusione dell’arachide negli Stati Uniti.


Il genere Arachis comprende una quarantina di specie, ma solo l’Arachis hypogeae L. è coltivata. In funzione della zona di origine la specie viene ulteriormente distinta in diversi tipi, cui corrispondono caratteri morfologici diversi. Tali tipi sono:
  • Arachis hypogeae subsp. hypogeae, che comprende le var. hypogeae (tipo “Virginia”) e hirsuta (tipo “Peruvian”);
  • Arachis hypogeae subsp. fastigata, che comprende le var. fastigata (tipo “Valencia”) e vulgaris (tipo “Spanish”).
Arachis hypogeae non esiste allo stato selvatico nativo. Si ritiene che si sia originata dall’ibridazione di Arachis duranensis e Arachis ipaensis.
L’inizio della coltivazione, con questa iniziale ibridazione, potrebbe aver avuto luogo nella regione degli attuali Paraguay e Bolivia. L’arachide è raffigurata nell’arte pre-colombiana.

Caratteri botanici
L’arachide è una pianta annuale, erbacea, cespitosa, alta 30-60 cm, con radice fittonante breve con numerose radici laterali ricche di tubercoli; i fusti sono lunghi 60-80 cm, a portamento eretto, procombente o strisciante (figura 2).

Figura 68 – Piante di arachide.


Le foglie sono opposte, paripennate, composte da quattro foglioline ognuna lunga da 1 a 7 cm e larga 1-3 cm (figura 3).
I fiori sono tipicamente papillionati 2-4 cm di colore giallo con venature rossastre (figura 4). I fiori possono essere maschili, visibili e caduchi, oppure ermafroditi, nascosti, spesso cleistogami, con un piccolo ovario portato da un ginecoforo; il loro numero varia in funzione del tipo e dell’ambiente di coltivazione. Una volta avvenuta la fecondazione, il peduncolo fiorale si allunga e, per effetto del geotropismo positivo, fa sì che l’ovario si interri a una profondità di 5-15 cm., ove il legume si sviluppa e matura.

Figura 69 – Foglie di arachide. Figura 70 – Fiore papillionato di arachide.


Il frutto dell’arachide è un legume lungo da 3 a 7 centimetri, indeiscente, reticolato, tuberoso, oblungo, mono-polispermo. Il legume possiede alcune strozzature più o meno accentuate, determinanti all’interno di esso delle logge, che racchiudono i semi. Questi, di forma cilindrica-globosa, sono in numero variabile da uno a quattro, eccezionalmente cinque. Il numero delle logge corrisponde al numero di semi contenuti nel frutto (figura 5).

Figura 71 – Legumi e semi di arachide.


Dopo l’impollinazione, il frutto ed i semi si fanno strada sottoterra per maturare. Il nome scientifico della specie (hypogaea) fa riferimento proprio a questa particolarità (figura 6).

Figura 72 – Frutti di arachide che si sono fatti strada sottoterra per maturare.


Esigenze ambientali
L’arachide necessita di una temperatura superiore a 16°C durante la germinazione, di 20°C in occasione della fioritura e di 18°C durante la maturazione. Meno esigente nei confronti dell’acqua, che deve essere disponibile in elevate quantità durante le fasi di germinazione, fioritura e interramento e accrescimento dei frutti, mentre deve essere carente nella fase di maturazione. Predilige terreni sciolti e sabbiosi, ma in grado di tenere una certa dotazione idrica, non calcarei e con pH subacido (pH 5-6).

Tecnica colturale
Occupando nella rotazione il posto di una coltura da rinnovo, è necessaria un’aratura profonda e successive lavorazioni del terreno. Nei nostri ambienti la semina avviene in aprile-maggio, impiegando seme sgusciato, ma con il tegumento arancione, a file distanti 60 cm e a 15 cm lungo la fila. In occasione dell’interramento dei ginofori è utile eseguire una rincalzatura. L’irrigazione può essere per aspersione o infiltrazione (sono da evitare gli apporti tardivi). La pianta è sensibile nei confronti delle infestanti che dovranno essere controllate con diserbo chimico o sarchiature.

Raccolta e utilizzazione
La raccolta viene fatta con macchine che estirpano le piante e le dispongono in andane per la successiva essiccazione. La resa di una buona coltura si aggira intorno ai 20-30 quintali ad ettaro di legumi.
Il seme contiene fino al 50% di olio e il 40% di proteine; l’olio è di ottima qualità e contiene acido arachidonico (2-5%) ed ha una composizione equilibrata. Il seme tostato è largamente impiegato nell’industria dolciaria. Durante la conservazione è facilmente contaminato da aflatossine. Il burro di arachidi è un alimento ricavato dalla macinatura di semi di arachidi. La pasta è composta dai semi macinati, olio vegetale di palma, sale e zucchero.
Il panello che residua dall’estrazione dell’olio è impiegato nell’alimentazione zootecnica.

Avversità e parassiti
Tra i parassiti si ricordano il Pseudomonas solanacearum (Smith 1896) Smith 1914 e alcuni funghi (Cercospora spp., Aspergillus spp., Rhizopus spp.). Tra gli insetti, l’Aphis craccivora, lo struggigrano (Tenebrioides mauritanicus) e la falsa tignola del grano (Tinea granella).

Valore nutrizionale
Dal punto di vista nutrizionale le arachidi godono di alcune interessanti caratteristiche. Innanzitutto hanno un ottimo contenuto proteico ed un discreto profilo amminoacidico (sono tra gli alimenti più ricchi di arginina). I semi di arachide sono ricchi di alcuni minerali come zinco, magnesio, potassio, fosforo, manganese e rame. Anche il contenuto in fibre (25 g/100 g di alimento) e vitamina E è particolarmente elevato.
Pur essendo prive di colesterolo le arachidi sono molto ricche di lipidi ed in particolare di acido oleico, lo stesso presente in grandi quantità nell'olio di oliva.
Il contenuto in sodio è estremamente ridotto ma sale notevolmente negli snack a base di arachidi sgusciate, tostate e salate. Tali stuzzicherie sono pericolose per chi soffre di ipertensione e per chi tiene particolarmente alla propria linea. Nonostante il sale sia privo di calorie il suo consumo stimola la sete che, soprattutto quando ci si trova al bar o al ristorante, viene spesso soddisfatta con bibite zuccherate o alcoliche. In questi casi oltre all'elevatissimo contenuto calorico delle arachidi salate (669 Kcal/100 g) occorre aggiungere quello della bibita, mediamente compreso tra le 50 e le 150 Kcal. Nonostante le apparenze un semplice ed innocuo aperitivo con gli amici, contornato da qualche stuzzichino, può così coprire, da solo, circa 1/3 del fabbisogno calorico quotidiano.
Nonostante siano un cibo con ottime proprietà le arachidi non sono pienamente compatibili con una dieta ipocalorica. Possono comunque diventarlo se assunte a piccole dosi (15-20 g) per bilanciare uno spuntino troppo ricco di glucidi. Una mela di medie dimensioni (circa 2 etti), unitamente a 20 grammi di arachidi, apporta 200 calorie, 6 grammi di fibra, 6 di proteine, 10,5 di grassi e 24 di carboidrati. La combinazione di questi due alimenti aumenta notevolmente il potere saziante dello spuntino.
Quando si acquistano le arachidi è bene scegliere prodotti di qualità, diffidando di quelli a basso costo. I baccelli legnosi devono essere integri, croccanti e di bell'aspetto. Le arachidi sono infatti un alimento a rischio aflatossine, sostanze di origine microbica che sembrano implicate nell'insorgenza di malattie molto gravi come la cirrosi epatica e diverse forme di cancro. Se una volta aperto il baccello i semi appaiono alterati (scuri, ricoperti completamente o in parte di una polverina grigiastra) è bene buttarli.
Nelle persone allergiche alle arachidi il consumo di tale alimento scatena una pericolosa reazione allergica dai sintomi piuttosto gravi. Per il momento l'unica terapia efficace rimane la dieta di esclusione (cancellare dal proprio menù gli alimenti allergizzanti) anche se presto potrebbero essere sviluppati rimedi farmacologici in grado di risolvere il problema.
Le arachidi andrebbero consumate con moderazione da chi soffre di ipertrigliceridemia, soprattutto nei giorni che precedono il prelievo di sangue (per non alterare i risultati dell'esame). Da segnalare, infine, che le arachidi sono una buona fonte di polifenoli ed in particolare di resveratrolo, una sostanza dall'elevato potere antiossidante.


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