Melone


Sistematica del Melone (Cucumis melo L. 1753) sec. il sistema Cronquist
Superdominium/Superdominio: Biota
Dominium/Dominio: Eucariota (Eukaryota o Eukarya/Eucarioti)
Regnum/Regno: Plantae (Plants/Piante)
SubRegnum/Sottoregno: Tracheobionta (Vascular plants/Piante vascolari)
Superdivisio/Superdivisione: Spermatophyta (Seed plants/Piante con semi)
Divisio/Divisione: Magnoliophyta Cronquist, 1996 (Flowering plants/Piante con fiori)
Subdivisio/Sottodivisione: Magnoliophytina Frohne & U. Jensen ex Reveal, 1996
Classis/Classe: Rosopsida Batsch, 1778 (Dicotyledons/Dicotiledoni)
Subclassis/Sottoclasse: Dilleniidae Takht. ex Reveal & Tahkt., 1993
SuperOrdo/SuperOrdine: Cucurbitanae Reveal, 1994
Ordo/Ordine: Cucurbitales Dumort., 1829
SubOrdo/SottoOrdine: Cucurbitineae Engl., 1898
Familia/Famiglia: CucurbitaceaeJuss., 1789
Subfamilia/Sottofamiglia: Cucumidoideae Burnett, 1835
Tribus/Tribù: Cucumereae Endl. ex M. Roem., 1846
Subtribus/Sottotribù: Cucumerinae E.G.O. Müll. & Pax in Engl. & Prantl, 1889
Genus/Genere: Cucumis L., 1753
Species/Specie: Cucumis melo L. 1753
Sistematica del Melone (Cucumis melo L. 1753), sec. il sistema APG II
Kingdom/Regno: Plantae (Plants/Piante)
Clade: Angiosperme
Clade: Eudicotiledoni
Cladus: Eudicotiledoni o Angiosperme tricolpate
Nucleo delle tricolpate
Cladus: Rosidi
Cladus: Eurosidi I
Ordine: Cucurbitales
Famiglia: Cucurbitaceae
Subfamilia: Cucumidoideae Burnett, 1835
Tribus: Cucumereae Endl. ex M. Roem., 1846
Subtribus: Cucumerinae E.G.O. Müll. & Pax in Engl. & Prantl, 1889
Genus/Genere: Cucumis L., 1753
Species/Specie: Cucumis melo L. 1753

Origine e diffusione
E’ diffuso in molti stati degli Stati Uniti ed in Italia.
I sinonimi di Cucumis melo sono Melo dudaim (L.) Sageret ; Cucumis dudaim L.; Cucumis flexuosus L. ; Melo sativus auct.
Il nome comune in italiano è “melone”, in inglese “Melon” o “Cultivated melon”, in americano “Cantaloupe”, in tedesco “melone”, in francese ed in danese “melon”, in finlandese “meloni”, in spagnolo “melón”, in portoghese “melão”, in cinese “Tian gua”, in giapponese “Meron”, in russo “dynja”; in arabo “qâwûn”.
Di probabili origini africane (secondo alcuni invece dall’Asia, nell’antica Persia), nel V secolo a.C. il popolo egizio iniziò ad esportarlo nel bacino del Mediterraneo e arrivò in Italia in età cristiana, come documentato da Plinio (I secolo d.C.) nel suo libro Naturalis Historia che lo uniformò al cetriolo a forma di mela cotogna, melopepaes.
Durante l’Impero Romano, il melone si diffuse rapidamente (utilizzato però come verdura, servito in insalata) tanto che al tempo dell’imperatore Diocleziano, venne emesso un apposito editto per tassare quegli esemplari di melone che superassero il peso di 200 grammi. Alexandre Dumas scrisse “per rendere il melone digeribile, bisogna mangiarlo con pepe e sale, e berci sopra un mezzo bicchiere di Madera, o meglio di Marsala”; egli apprezzava i meloni conosciuti in Francia come “Cavaillon”, per la zona di produzione, e fece richiesta alla biblioteca della città di uno scambio tra le sue opere (circa 400 volumi) ed una rendita vitalizia di 12 meloni l’anno, cosa che accadde fino alla sua morte nel 1870. Fu in suo onore che venne istituita la confraternita dei “Cavalieri dei meloni di Cavaillon”.
Il melone venne anticamente considerato simbolo di fecondità, forse in ragione dei numerosissimi semi, ed altresì associato al concetto di sciocco e goffo (uno stolto veniva chiamato “mellone” e una scemenza “mellonaggine”). Secondo Angelo De Gubernatis, la ragione di tale associazione è da ricercare nell’estrema fecondità di questi frutti, alla loro capacità generatrice, incontrollata, opposta, come molti credono, alla ragione dell'intelligenza.
Altri medici del tempo li consideravano nocivi e imputarono al melone la morte di ben quattro imperatori e due pontefici. Anche il naturalista romano Castore Durante (1529-1590) nel suo Herbario nuovo del 1585 ammoniva di non abusarne perché “sminuiscono il seme genitale” e ne sconsigliava l’uso a diabetici, dispeptici e a tutti coloro che soffrono di disturbi dell’apparato digerente, promuovendo per tutte le persone in buona salute, invece, le virtù rinfrescanti, diuretiche e lassative.

Botanica
Il melone è una cucurbitacea annuale costituita da un fusto erbaceo flessibile, strisciante o, se fornito di sostegni, rampicante, grazie anche ai viticci (detti anche cirri), sarmentoso con ramificazioni laterali. Le foglie sono alterne, glauchescenti, arrotondate, reniformi o divise in lobi, ruvide al tatto. Le radici sono molto sviluppate in superficie, ma scendono molto anche in profondità.
La pianta di melone è di norma monoica: prima si sviluppano fiori maschili, poi i fiori femminili; però non sono rari i tipi andromonoici con fiori maschili e fiori ermafroditi. Il frutto è un peponide di notevoli dimensioni e peso (1-4 Kg), costituito da un epicarpo (“scorza”) saldato a un mesocarpo carnoso che costituisce la parte edule, al cui interno si forma una cavità riempita da un massa spugnosa e flaccida nella quale sono inseriti numerosi semi. Questi sono allungati, appuntiti a un’estremità, bianchi, di peso variabile da 20 a 70 mg.
La fecondazione incrociata avviene ad opera degli insetti, anche se per le colture in serra è meglio ricorrere alla fecondazione artificiale.
La le caratteristiche bio-ecolocighe si sintetizzano nella forma biologica che è T scap (pianta erbacea annuale, con portamento eretto); nel periodo di fioritura indicato come VI-VIII;nel tipo corologico indicato come Coltiv.; nell’altitudine (min/max)che è inclusa nei valori compresi tra 0 e 600 m s.l.m. Pertanto, le esigenze ambientali del melone sono elevate: esige alte temperature, teme l’eccessiva umidità, vuole terreno profondo e perfettamente drenato.

Genetica del melone
Nel melone non si sono rilevate, tra le diverse varietà coltivate, differenze mitologicamente apprezzabili. Nonostante il melone sia una specie altamente polimorfa, il numero dei cromosomi è costantemente 2n = 24 e negli incroci intervarietali si è sempre avuto un regolare appaiamento alla meiosi.
Nonostante gli studi di genetica, aventi come obiettivo la precisazione del comportamento ereditario di alcune caratteristiche di peponidi, siano iniziati nel 1826 da Sagaret, ben oltre quaranta anni prima dei lavori dell’abate Mendel, le conoscenze in merito sono ancora piuttosto scarse.
Il numero di mutazioni monogeniche descritte è molto limitato e si riferisce, per la maggior parte, a caratteri di resistenza alle malattie. La lista dei caratteri genetici ereditabili è indicata nella tabella 1.

Tabella 1 - Caratteri genetici ereditabili a base ereditaria semplice o monofattoriale.
Simbolo Descrizione del carattere
Caratteri della pianta
gl
ab
yg
Foglia priva di tomentosità. Recessivo su presenza di tomentosità (Forster, 1930).
Abrachiate. Assenza di ramificazioni accompagnato dalla presenza di soli fiori maschili (Forster e Bond, 1967).
Foglia giallo-verde. Recessivo rispetto a foglie normali (Whitaker, 1952).
Caratteri del fiore
n
ms1
ms2
g
Assenza di nettare. Recessivo su presenza di nettare (Bhon, 1961).
Maschiosterilità per arresto dello sviluppo pollinico allo stadio di tetrade (Bhon e Whitaker, 1949).
Maschio sterilità con antere piccole ed indeiscenti con granuli pollinici vuoti (Bhon e Prince, 1964).
Corolla di colore verde (Mockaitis e Kinlaan, 1959).
Caratteri del frutto
w
gr
Epidermide Bianca. Recessivo rispetto ad epidermide scura (Ughes, 1948).
Polpa verde. Recessivo rispetto a polpa color salmone (Ughes, 1948).

Varietà
In base alle caratteristiche del frutto si distinguono 3 gruppi varietali di melone: cantalupi, retati e da inverno.
- Meloni cantalupi: i frutti sono globosi, a buccia liscia o leggermente verrucosa, di colore verde-grigio, con solchi ben marcati; la polpa ha colore aranciato o salmone ed è molto profumato; questi meloni sono precoci, di media pezzatura (peso da 0,6 a 1,5 Kg), poco serbevoli. Si ricordano il “Cantalupo comune” a polpa rossa, il “Cantalupo Prescott” a costole larghe preferito per gli antipasti.
- Meloni retati: i frutti sono ovali o tondeggianti, con buccia fittamente reticolata per formazioni tuberose peridermiche; la costolatura spesso manca o è poco marcata; la polpa è di colore verde-giallo o arancione, molto profumata; il peso dei frutti oscilla da 1 a 2,5 Kg, la serbevolezza è scarsa. Siccome molte varietà di questo tipo provengono dagli U.S.A., questi meloni sono anche noti come meloni americani.
- Meloni da inverno: hanno frutti di medie e grandi dimensioni (peso da 1,5 a 4 Kg) apprezzati per la possibilità di essere conservati per molti mesi (fino all’inverno): i frutti sono lisci e senza costole, di colore giallo o verde scuro, con polpa bianca, verde chiaro o gialla, dolce ma poco profumata. Questi meloni sono coltivati principalmente nelle regioni meridionali dove l’ambiente caldo e secco favorisce la dolcezza e la serbevolezza dei frutti. Si ricordano il “Gigante di Napoli”, grosso con buccia sottile verde e polpa bianca molto dolce; “Melone di Malta” a polpa verde succosa e dolce; “Morettino” ovale di colore verde scuro e polpa verde tendente al bianco verso il centro.
- Meloni estivi: si ricorda il “Melone Ananasso” a polpa rossa col frutto piccolo molto profumato; il “Retato degli Ortolani” con frutto lungo coperto da un reticolo di striature.
Molte sono le popolazioni locali di melone che però tendono ad essere soppiantate dagli ibridi F1 più uniformi e rispondenti per qualità e per resistenza a certe avversità (fusariosi, peronospora).

Tecnica colturale
Per quanto riguarda l’avvicendamento la coltura del melone non può tornare su un terreno prima che siano passati diversi anni: ciò per contenere su livelli tollerabili gli attacchi delle crittogame e dei parassiti terricoli (fusariosi, verticelliosi, nematodi).
La semina si fa in primavera avanzata (aprile-maggio), quando la temperatura ha raggiunto i 14-15 °C. La fittezza da dare alla coltura del melone è di 0,4-0,5 piante a m 2 e si realizza generalmente con file distanti 2-2,5 m e pianta a 0,8-1,0 m sulla fila. Nella coltura in serra la fittezza è superiore (1,5-2 piante a m 2) perché le piante non vengono lasciate strisciare a terra, ma sono allevate in verticale mediante fili o reti in modo da sfruttare meglio il prezioso spazio della serra. La semina in campo in pien’aria è il sistema più diffuso, ma non trascurabile importanza ha la coltura del melone pacciamata e semi-forzata (oltre a quella in serra che esula da questa trattazione): la prima si realizza con la pacciamatura di film plastico steso a terra, la seconda si realizza con la pacciamatura e con piccoli tunnel che ricoprono ogni fila di piante; l’obiettivo è di poter anticipare l’impianto (di 20-30 giorni) e la maturazione dei frutti (di 10-20 giorni). Questi sistemi di forzatura, che stanno avendo successo nel Centro-Nord, prevedono che l’impianto sia fatto, anziché con la semina, con piantine allevate in fitocelle e trapiantate attraverso i fori aperti sul film plastico della pacciamatura. In questi sistemi intensivi di coltivazione del melone, se il terreno è ad alto rischio di fusariosi e verticillosi, notevole diffusione ha l’impiego di piantine innestate su varietà resistenti.
La concimazione del melone richiede l’apporto di 60-100 Kg/ha di P2O5, 150-200 Kg/ha di K2O e 120-180 Kg/ha d’azoto; i concimi fosfatici e potassici vanno dati al momento della preparazione del terreno, dovendo essere interrati; quelli azotati, quali nitrato ammonico, NH4NO3, oppure urea, CO(NH2)2, parte all’impianto, parte in copertura.
Il controllo delle erbe infestanti si fa con sarchiature finché lo sviluppo della coltura lo consente; la sarchiatura deve essere piuttosto superficiale per evitare di danneggiare le radici che sono particolarmente sviluppate nei primi strati di terreno. Il diserbo è possibile con certi prodotti idonei al trattamento di pre-emergenza o post-emergenza (pre-trapianto o post-trapianto).
Anche se in certe aree meridionali il melone da inverno è tradizionalmente coltivato in asciutto, di norma al melone da pronto consumo viene praticata l’irrigazione: a pioggia, a solchi, a goccia o con manichette forate disposte sotto la pacciamatura.
La pacciamatura, caratteristica delle colture in pieno campo, si effettua con film plastico nero o paglia allo scopo di combattere le piante infestanti, mantenere l'umidità del terreno ed impedire ai frutti di stare a contatto con la terra.
Un intervento sulla pianta finora considerato necessario è la cimatura. Quando le piantine hanno cinque e sei foglie, si cimano sopra le prime due foglie; i rami che si sviluppano dopo questa operazione si cimano dopo le prime tre foglie e così si avranno piante con sei rami. Dopo la formazione dei piccoli frutti si cimeranno ancora i rami fruttiferi a due foglie sopra i frutti. In questo modo si favorisce e si anticipa l’emissione dei fiori femminili; oggi è oggetto di dibattito se questa pratica sia realmente vantaggiosa alla produzione.
La difesa del melone prevede ordinariamente trattamenti contro le svariate avversità che lo insidiano.

Raccolta e produzione
La raccolta inizia indicativamente 90-110 giorni dopo la semina e prosegue scalarmene per 15-30 giorni. I meloni vanno raccolti ad uno stadio di sviluppo ben preciso perché un ritardo compromette la serbevolezza, un anticipo compromette la qualità (almeno 10% di contenuto zuccherino). Segni visibili della maturazione sono il distacco del peduncolo dal frutto (in certe varietà retate), la comparsa di screpolature concentriche intorno al peduncolo, la scomparsa della peluria dal peduncolo.
Le produzioni di frutti commerciabili sono di 20-35 t/ha in pien’aria, di 30-40 t/ha in quelle semi-forzata; ai fini del ricavo, oltre alla quantità, grande importanza ha la precocità.
I frutti raccolti nelle ore calde dovrebbero essere prerefrigerati con acqua fredda; per i cantalupi e i retati la conservazione non ha senso perché il loro destino è il consumo immediato, comunque potrebbero essere conservati per 10-15 giorni a 2-5 °C con umidità relativa del 90-95%; i meloni da inverno si conservano fino a 5 mesi a 7-10 °C e con 85-90% d’umidità relativa.

Avversità e parassiti
I più temibili e frequenti parassiti che possono aggredire il melone sono:
- Mal bianco provocato dal fungo pirenomicete Erisiphe cichoracearum (DC.), 1805). Forma sulle foglie macchie farinose con conseguente ingiallimento e necrosi. Trattamenti ripetuti sono necessarie.
- Peronospora il cui agente causale è Pseudoperonospora cubensis (Berk. et Curt.) Rostow, 1903). Forma sulle foglie macchie che all’inizio sono traslucide (macchi d’olio), poi diventano giallo-brunastre, con muffa grigio-violacea sulla pagina inferiore; il fogliame così attaccato si dissecca completamente in pochi giorni. Adottare rotazioni adeguatamente lunghe, irrigare a goccia sì da non bagnare il fogliame, fare trattamenti preventivi ripetuti sono i mezzi per prevenire e controllare questa temibile malattia.
- Tracheofusariosi causato da Fusarium oxysporum Schlecht f.sp. melonis Snyder. Provoca l’ingiallimento e l’avvizzimento di tutta la pianta, seguiti da gommosi alla base del fusto e spaccature longitudinali. Bisogna evitare per 10 anni di coltivare su terreno infetto; utilizzare piantine innestate su Benincasa cerifera (cucurbitacea affine, resistente).
- Afide delle cucurbitacee (Aphis gossypii). Afide di colore dal giallastro al verde scuro che colonizza le cucurbitacee sulle quali provoca ingiallimento e deperimento di foglie, fiori e frutti; è pericoloso vettore del virus del mosaico del cetriolo. Bisogna intervenire con aficidi specifici alla prima comparsa.




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