Lupino


Sistematica del Lupino (Lupino bianco, Lupinus albus Linnaeus, 1753; Lupino blu o Lupino azzurro, Lupinus angustifolius L.; Lupino giallo, Lupinus luteus L. ) sec. il sistema Cronquist
Superdominium/Superdominio: Biota
Domain/Dominio: Eucariota (Eukaryota o Eukarya/Eucarioti)
Regnum/Regno: Plantae Haeckel, 1866
Subregnum/Sottoregno: Viridaeplantae Cavalier-Smith, 1998 (Piante verdi)
Superdivisio/Superdivisione: Spermatophyta Gustav Hegi, 1906 (Piante con semi)
Divisio/Divisione o Phylum: Tracheophyta Sinnott, 1935 ex Cavalier-Smith, 1998
Subdivisio/Sottodivisione: Magnoliophytina Frohne & U. Jensen ex Reveal, 1996
Classis/Classe: Rosopsida Batsch, 1788
Subclassis/Sottoclasse: Rosidae Takht., 1967
Ordo/Ordine: Fabales
Familia/Famiglia: Fabaceae o Papilionacee
Subfamilia/Sottofamiglia: Faboideae o Papilionoideae
Tribus/Tribù: Genisteae
Subtribus/Sottotribù: Lupininae
Genere: Lupinus Linnaeus, 1753

Sistematica del Lupino bianco (Lupinus albus Linnaeus, 1753) sec. il sistema APG II
Kingdom/Regno: Plantae (Plants/Piante)
Clade: Angiosperme
Clade: Eudicotiledoni
Angiosperme
Nucleo delle tricolpate
Clade: Rosidi
Clade: Eurosidi I
Ordine: Fabales
Famiglia: Fabaceae
Genere: Lupinus Linnaeus, 1753


Lupino bianco Lupinus albus L.
Francese: Lupin blanc; Inglese: White lupin, Wolf bean; Spagnolo: Altramuz chocho blanco; Tedesco: Wolfsbohne, weisse Bohne, weisse Lupine.
Lupino blu Lupinus angustifolius L.
Lupino giallo Lupinus luteus L.

Premessa
Il gruppo di piante noto con il nome di “leguminose da granella” comprende un gran numero di generi e specie che rappresentano la più cospicua fonte di proteine vegetali disponibili, ed occupano quindi un posto di grande rilievo nell’alimentazione umana ed in quella degli animali da allevamento.
Salvo il fagiolo e l’arachide, provenienti dall'America, e la soia, originaria dell'estremo Oriente, sono tutte originarie del bacino del Mediterraneo e del vicino Oriente e in questi territori sono coltivate da migliaia di anni. L’elevato valore energetico e la capacità di resistere, una volta essiccati, a lunghi periodi di conservazione, diedero ai legumi fin dall’antichità un ruolo di assoluta centralità nell’alimentazione umana.
La loro importanza alimentare deriva dall’elevato contenuto proteico della granella (dal 20 al 40%), superiore a qualsiasi altro prodotto vegetale e prossimo a quello della carne; ciò ne ha determinato la denominazione di piante proteaginose.
Il valore biologico di tali proteine è inferiore rispetto a quello delle proteine animali a causa della ridotta presenza di aminoacidi solforati (cistina e metionina), ma l’elevato contenuto di lisina le rende però complementari ai cereali dal punto di vista nutrizionale.
Le proteine non sono le uniche sostanze apportate dalle leguminose. Tra i glucidi l’amido è presente in quantità maggiori, mentre per quanto riguarda i sali minerali, i legumi sono molto ricchi di calcio, ferro e magnesio. La tiamina è la vitamina maggiormente contenuta, seguono nell’ordine rispetto ai bisogni dell’uomo, la riboflavina, la niacina, la vitamina C e la folacina. I semi di certe leguminose (soia ed arachide) inoltre, sono ricchi anche di grassi, per cui costituiscono la materia prima per l’industria degli oli e dei panelli o farine.
Il frutto è il legume o baccello, di forma e dimensione variabile a seconda delle varie specie, che si apre in due valve lungo due linee di sutura e contiene semi commestibili. All’interno del seme non è presente l’albume, ma l’intero spazio interno ai tegumenti è occupato dall’embrione, i cui cotiledoni fortemente ingrossati sono il sito di accumulo delle sostanze di riserva (zuccheri, amido, grassi e proteine). Elemento caratteristico del seme di leguminose è l’ilo, cioè l’area dove era inserito il funicolo che attaccava il seme al baccello e lo alimentava. Proprietà importante delle leguminose è quella di instaurare un rapporto di simbiosi con un batterio del genere Rhizobium, responsabile del processo di azotofissazione. Se esistono le condizioni per l’avvio di un efficiente simbiosi, le leguminose risultano autosufficienti per quanto riguarda le esigenze di N; in condizioni ottimali le quantità di azoto fissato nel terreno variano da 50 a 200 Kg/ha per anno nei climi temperati, con una media di 80-100 Kg/ha. I fabbisogni vengono coperti per l’intero ciclo di coltivazione e rimangono quantità di azoto disponibili per le colture successive.
Sebbene i rizobi fissino l’azoto anche nel terreno, esaltano questa attività in simbiosi con le leguminose. Catturano l’azoto presente in atmosfera, fissandolo per azione dell’enzima nitrogenasi, e lo esportano ai circuiti metabolici della pianta, che fornisce la grande quantità di energia necessaria per questo processo dalla demolizione di quote notevoli dei carboidrati fotosintetizzati. Questo spiega il fatto che la biomassa prodotta dalle leguminose, ricca di sostanze azotate, è in quantità molto inferiore rispetto a quella che potrebbero produrre altre piante non leguminose come le graminacee.
Poiché il rapporto di simbiosi è specifico, in caso di nuova introduzione di una nuova specie di leguminose su un terreno o di una reintroduzione dopo un intervallo di tempo prolungato, bisogna provvedere all’inoculazione artificiale della semente con il Rhizobium. L’avvenuta simbiosi e l’efficienza del suo funzionamento sono facilmente valutabili osservando la presenza sulle radici delle leguminose dei tubercoli o noduli.
Tra le colture annuali non foraggere, le leguminose da granella sono quelle che vantano il maggior valore preparatorio del terreno. Questa prerogativa è dovuta ad alcune peculiarità di queste piante, ovvero:

Nonostante l’elevato potenziale nutrizionale dei semi dei legumi, il loro impiego nella nutrizione umana e animale è spesso limitato dalla presenza di un gruppo eterogeneo di composti, di natura proteica e non proteica, noti nel loro complesso come “fattori antinutrizionali” o “antinutrienti” a causa del loro effetti potenzialmente tossici o dannosi.
  • Questa denominazione, viene impiegata per la definizione di quei componenti endogeni che possono interferire con la digeribilità di proteine, 1’assorbimento di minerali e vitamine e le funzioni dell’epitelio intestinale, provocando così carenze nutrizionali, oppure essere responsabili di reazioni allergiche in soggetti suscettibili. Di seguito sono riportati un elenco dei più noti fattori antinutrizionali o antinutrienti:
    Gli effetti negativi di alcuni fattori antinutrizionali possono essere osservati solo in caso vengano assunti in grande quantità; al contrario invece, in quantità inferiori al livello di tossicità alcuni di questi fattori presentano effetti benefici (ad es. inibitori delle proteasi, lectine, tannini, acido fitico e saponine sono stati indicati come agenti protettivi nei confronti del cancro o delle malattie cardiovascolari; le saponine, legandosi al colesterolo, ne abbassano il livello nel sangue dell’uomo).
    L’utilizzo di legumi per l’alimentazione umana quindi, richiede una serie di interventi che hanno lo scopo di eliminare o ridurre a livelli non dannosi queste sostanze. I fattori antinutrizionali di natura proteica, inibitori enzimatici e lectine, vengono inattivati con il trattamento termico precedente il consumo dei legumi, mentre quelli di natura non proteica (in parte termostabili) possono essere ridotti mediante altri trattamenti, usati anche in abbinamento:


    Origine e diffusione
    Il lupino è una specie coltivata come piante da granella da 3.000 anni e oltre nel bacino del Mediterraneo e negli altipiani del Sud America; molte altre specie di lupino, invece, sono entrate in coltivazione solo recentemente e sono ancora in corso di domesticazione.
    Il lupino ha origini antichissime, gli archeologi hanno ritrovato semi di questo legume nelle piramidi egizie e maya. Le prime coltivazioni vengono fatte risalire a circa 4000 anni fa, sia nell’area del Mediterraneo (lupino bianco) che nelle zone andine del Sud America. Questa coltivazione veniva praticata presso i Greci, che come Ippocrate ricorda, ritenevano il lupino particolarmente digeribile.
    Molte sono le citazione del consumo di lupini pure presso i Romani, anche Orazio nel suo libro delle Epistole scrive: “l’uomo probo e saggio sostiene di essere incline alle cose alte; né d’altra parte ignora quanto siano distanti le monete dai lupini”.
    In passato questo legume era coltivato con diverse finalità: miglioramento del suolo a pascolo, alimentazione umana, qualità terapeutiche.
    Solo nel ventesimo secolo le antiche specie di lupino "amaro", in quanto presenti alcaloidi amari e sgradevoli, che venivano rimossi bollendo e mettendo a bagno ripetutamente i semi prima del loro consumo, vennero sostituite da specie "dolci", prive di alcaloidi.
    Fu Reinhold von Sengbusch, scienziato tedesco, che nel 1928 selezionò le prime varietà di lupino giallo e blu a basso contenuto di alcalodi (0,05%). Le varietà dolci e il lupino blu furono gradualmente introdotte in Australia dopo la seconda Guerra Mondiale, e il successo della coltivazione ne promosse l’esportazione in Europa.
    Il lupino recentemente è stato oggetto di una lunga sperimentazione, che ha coinvolto nutrizionisti e tecnologi alimentari, allo scopo di trovare una valida alternativa alla soia e per offrire una maggiore qualità nutrizionale e proprietà organolettiche (aroma, sapore, colore) agli alimenti senza glutine.
    Il lupino è una leguminosa da granella per la sua notevole adattabilità agli ambienti più ingrati, acidi e magri dove ogni altra leguminosa fallisce, per il suo potere di migliorare la fertilità del terreno e per la sua capacità di produrre una granella ricchissima di proteine (fin oltre il 35%) anche se non priva di vari inconvenienti, come già riferito.
    Nella Regione Mediterranea, alcune delle specie più usate a scopo agricolo sono:
    Dati produttivi
    Nel Mondo il lupino risulta coltivato prevalentemente in Unione Sovietica, quindi in Europa, in Oceania ed in Africa. Nel bacino del Mediterraneo è coltivato un po’ dappertutto. Nel 1975 la superficie mondiale coltivata a lupino si aggirava intorno ad 850.000 ha; posteriormente negli annuari FAO non figurano più i rilevamenti riguardanti questa coltura.
    Una drastica riduzione si è avuta in Italia, dove la coltura è crollata a seguito dello spopolamento delle aree svantaggiate nelle quali il lupino aveva trovato inserimento in ordinamenti colturali poveri. Si è passati infatti dai 38.436 ha coltivati nel 1961 (con produzione di 33.290 t di granella), agli appena 2.800 ha del 2008, dislocati in Calabria, Campania, Puglia e Lazio. A fronte di questo calo di produzione non sono però registrate importazioni di lupino.
    Il declino del lupino in Centro Europa, come ad esempio in Germania, ebbe inizio quando si diffuse la lupinosi, malattia che attaccava in modo pesante gli ovini.
    Nuove prospettive di espansione potrebbero aprirsi per il lupino con la selezione di varietà a bassissimo contenuto di alcaloidi (varietà “dolci”).

    Caratteri botanici
    I lupini coltivati in Europa appartengono a tre specie (figura 1): lupino bianco (Lupinus albus), lupino giallo (L. luteus) e lupino blu o azzurro (L. angustifolius).

    A - Lupino bianco (<i>Lupinus albus</i> L.), B - Lupino blu o azzurro (<i>L. angustifolius</i> L.), C - Lupino giallo (<i>L. luteus</i> L.), D - Semi di lupino pronti per la vendita
    Figura 1 - A: Lupino bianco (Lupinus albus L.), B: Lupino blu o azzurro (L. angustifolius L.) e C: Lupino giallo (L. luteus L.), D: Semi di lupino pronti per la vendita.

    In Italia la sola specie interessante, perché la più adatta al clima e ai terreni prevalenti, è il lupino bianco, mentre le altre specie sono più favorite dai terreni acidi e dal clima a estate umida e fresca.
    Il lupino bianco è caratterizzato dai seguenti tratti. Pianta annuale, eretta, alta fino a 1,5 m, poco ramificata, pubescente. Radice robusta, fittonante, che ospita numerosi tubercoli globosi prodotti dal Rhizobium. Le foglie sono alterne, palmato-composte, cioè composte da un lungo picciolo alla sommità del quale sono inserite 5-9 foglioline intere ovate-lanceolate, glabre sulla pagina superiore, spesso vellutate su quella inferiore. I fiori sono bianchi, grandi, vistosi, riuniti in racemi sulla parte terminale del fusto e delle ramificazioni.
    Dopo la fecondazione, che è prevalentemente autogamia, si formano i legumi che sono lunghi, eretti, addossati all’asse del racemo, pubescenti, schiacciati, contenenti numerosi (3-6) semi.
    I semi sono grandi, bianchi, lenticolari, di diametro fino a 15 mm, di peso variabile da 0,3 a 0,6 g per seme.
    In particolare il lupino azzurro (Lupinus angustifolius) si distingue dai precedenti per le foglie lineari e strette, per i fiori azzurri, rosa o bianchi, per i semi globosi, grigi, con macchie nere triangolari sopra l’ilo, nelle forme a fiori azzurri e rosa; biancastri con macchie brune triangolari sopra l’ilo nelle forme a fiori bianchi.
    Il corredo cromosomico è di 2n = 40 ed è considerato completamente autogamo.

    Biologia
    La durata del ciclo biologico varia da 5 a 8 mesi a seconda delle varietà e dell’epoca di semina, e risulta influenzata dalla temperatura e dal fotoperiodo. La temperatura condiziona la durata della fioritura, che dipende essenzialmente dalle disponibilità idriche. Una maggiore durata della fase di fioritura determina generalmente un aumento di produzione in conseguenza del maggior numero di baccelli allegati. L’accrescimento della pianta continua anche durante la fioritura, la quale, come la successiva maturazione, procede dal basso verso l’alto. In Lupinus albus e Lupinus luteus si manifesta la dominanza dell’asse principale sulle ramificazioni, risultando concentrata la produzione sul primo. Diversamente si verifica in Lupinus angustifolius in cui la maggior parte della produzione si trova sulle ramificazioni di 1° e 2° ordine.
    Gli studi biometrici di caratterizzazione morfologica hanno quasi sempre evidenziato una certa variabilità per ognuno dei morfocaratteri considerati. Tuttavia, quando, sulla base dei caratteri morfologici rilevati e computati con il software “SPSS vers. 15”, è stato ottenuto un dendrogramma di dissimilarità mediante analisi cluster con metodo Average Linkage, si riscontra che le linee di lupino a confronto manifestano una bassa variabilità tra loro, distinguendosi appena in due sub-clusters. I valori di dissimilarità, calcolati come “distanze quadratiche Euclidee”, hanno quasi sempre oscillato tra i valori di 0,00 e 0,25 evidenziando una variabilità relativamente bassa tra le linee caratterizzate.

    Esigenze ambientali
    Come si è accennato, la peculiarità del lupino è quella di prosperare sui terreni acidi. È solo in questi che esso merita considerazione, infatti nei terreni calcarei il lupino non cresce e, d’altra parte, altre leguminose da granella di miglior qualità vi si possono coltivare.
    La esigenza di acidità o, in altre parole, la tolleranza al calcare varia con la specie: il L. albus è il più tollerante (fino a pH 7,2), il L. luteus è il meno tollerante (pH ottimale tra 4,8 e 6).
    Tutti i lupini, nessuno escluso, temono grandemente i ristagni e l’asfissia radicale, per cui solo i terreni sciolti e ben drenati si confanno loro.
    I terreni subacidi di origine vulcanica presenti dal Lazio alla Campania sono i più vocati per il lupino. Per quanto riguarda le esigenze climatiche, l’elemento più importante è la resistenza ai geli: solo il lupino bianco resiste al freddo tanto da poter essere seminato in autunno in Italia e d’altra parte tollera i calori e la siccità che quivi incontra nella fase di maturazione.

    Varietà
    Il miglioramento genetico del lupino è iniziato diversi decenni fa con l’obiettivo di abbassare il contenuto di alcaloidi dei semi. Varietà straniere “dolci” sono oggi disponibili sia di lupino bianco sia di lupino azzurro: di tutte va verificato se siano idonee alla semina autunnale in Italia.
    Nuovi obiettivi che il miglioramento genetico ha iniziato a perseguire sono la resistenza alle crittogame, la indeiscenza dei baccelli, la tolleranza al calcare, la resistenza al freddo.
    Alcune varietà utilizzate in trials di confronto varietale, nei quali la densità di semina è stata di 55,5 semi per m2) sono: Da questa esperienza sembrerebbe che la coltura del lupino sia praticabile anche nei nostri areali con discrete rese, previo inoculo del seme con il rizobio specifico, Bradyrhyzobium lupini. Le varietà hanno mostrato un comportamento simile per portamento vegetativo (eretto), tolleranza all’allettamento e alla stroncatura e per l’indeiscenza dei baccelli.
    Sono visualizzate alcune varietà di lupino del commercio:
    Figura 2 - Lupino “bianco” commestibile a seme grosso.

    Figura 3 – Lupino “giallo”.

    Figura 4 – Lupino gigante screziato.


    Figura 5 - Lupino “azzurro” di cui si osserva la pianta in fruttificazione.

    Figura 6 – Lupino “azzurro”: il baccello a vari stadi di maturazione.



    Tecnica colturale
    Il lupino va considerato come una coltura miglioratrice che si alterna con il cereale autunnale e che richiede una tecnica non meno curata delle altre coltivazioni. Quindi: aratura delle stoppie a media profondità, anticipata il più possibile rispetto alla semina, ed erpicature per preparare il letto di semina che peraltro, non richiede di essere molto amminutato.
    La semina del lupino bianco in Italia si fa in ottobre-novembre, a file distanti 0,25-0,35 m con un numero di semi idoneo ad assicurare una densità di popolamento di 20-30 piante a m2; con i tipi più comuni necessitano 100-150 Kg/ha di seme. Il lupino riesce a ben compensare deficienze d’investimento mediante la maggior ramificazione delle piante esistenti.
    La concimazione da adottare ordinariamente è quella fosfatica: si può ritenere che 60-80 Kg/ha di P2O5 soddisfino largamente le esigenze della coltura. La concimazione potassica non è certamente necessaria nel caso di terreni subacidi di origine vulcanica, mentre può essere utile nei terreni silicei, acidi per dilavamento dei cationi. L’azoto non è mai necessario, grazie all’attiva azotofissazione simbiotica che ha luogo nei tubercoli radicali, abbondanti nel lupino.
    Il controllo delle malerbe può essere realizzato con il diserbo; i diserbanti applicabili sul lupino sono compresi tra quelli già citati per le altre leguminose da granella.

    Raccolta e utilizzazione
    La maturazione si raggiunge in giugno-luglio. Tradizionalmente il lupino era raccolto prima della piena maturazione, tagliando o estirpando le piante, lasciandole in campo a completare l’essiccazione e trebbiandole successivamente a parte.
    La raccolta con mietitrebbiatrice è ostacolata dalla scolarità con cui i baccelli maturano, dalla facile deiscenza dei baccelli stessi e dalla possibilità che i semi siano rotti dagli organi lavoranti della mietitrebbiatrice. Le produzioni medie che risultano dalle statistiche sono piuttosto basse, ma con un’idonea tecnica di coltivazione produzioni di 2,5-3,5 t/ha di granella dovrebbero essere realizzabili.

    Avversità e parassiti
    Avversità crittogamiche che possono recare serio pregiudizio al lupino sono i marciumi radicali (Fusarium spp., Rhizoctonia solani, Phythium debaryanum), favoriti dal terreno asfittico. Anche diversi virus possono attaccare questa specie.
    Tra gli insetti si ricordano Hylemia sp.pl., Heliotis sp.pl. ed afidi diversi, questi ultimi temuti soprattutto come vettori di virus nelle piante delle varietà dolci.

    Raccolta
    La raccolta pone qualche problema considerata la scalarità di maturazione, dalla deiscenza dei baccelli e dalla suscettibilità alla rottura dei semi al passaggio negli organi lavoranti delle mietitrebbiatrici. Le rese produttive in seme di lupino vanno da 0,7 a 3,0 t/ha.

    Note nutrizionali ed utilizzo della granella
    Il lupino azzurro presenta un contenuto proteico elevato, inferiore solo alla soia e, di poco, al lupino bianco. Assieme a quest’ultimo è ritenuto idoneo, soprattutto se di tipo dolce, per l’alimentazione animale e per la produzione di concentrati proteici da impiegare sia in zootecnia sia per il consumo umano. Presenta un valore nutrizionale accettabile assieme ad un’elevata digeribilità delle proteine, fattori che rendono la granella utilizzabile con successo nell’alimentazione di giovani suini e pollame ,con valore nutritivo equivalente a quello della soia. Le nuove varietà straniere ad habitus determinato costituiscono inoltre una fonte considerevole di proteine anche per i ruminanti, senza alcun effetto negativo sulla performance degli animali.
    La composizione aminoacidica non risulta ottimamente equilibrata per l’uso zootecnico, presentando carenze di metionina e lisina e un eccesso di arginina. La complementazione con alcuni cereali permette tuttavia di ottenere una proteina alimentare valida sia per la dieta dei monogastrici che nel razionamento dei ruminanti.
    Come già ricordato i semi trovano un limite al loro impiego nell’elevato contenuto in alcaloidi, che però sono solubili in acqua e possono essere eliminati mediante immersione in acqua o bollitura seguita da lisciviazione.
    Negli animali non sono stati rilevati effetti tossici di alcun genere a causa dell’alimentazione con semi di lupino dolci; quelli amari invece, a causa degli alcaloidi presenti, causano intossicazioni acute, in alcuni casi anche mortali, soprattutto se gli animali sono affamati, poiché in caso contrario i principi amari ne limiterebbero molto il consumo.

    Lupino e salute
    Il consumo di cibi derivati dai semi della pianta ha dimostrato di ripulire le arterie riducendo di oltre il 10% i livelli di colesterolo e funziona anche come antiipertensivo.
    Le proteine sono fondamentali per la nutrizione dell’uomo e sono ricercate sempre più nei vegetali, nei legumi in particolare. E proprio tra questi si registra non tanto una novità, quanto un grande ritorno alle tradizioni: sulle tavole europee riappare il lupino. Già noto in epoca, il legume sta suscitando grande interesse poiché si stanno scoprendo virtù terapeutiche inaspettate: recenti studi italiani e internazionali dimostrano che il consumo di lupino svolge un’azione importante nel ridurre i livelli di colesterolo nel sangue e nel prevenire ipertensione e diabete.
    Le più significative ricerche condotte in Italia ed in vari Paesi europei e gli orientamenti per la produzione di alimenti innovativi a base di lupino sono al centro del dibattito. Ma questo ritorno non coinvolge solo medici e ricercatori: anche i cuochi, in particolare gli specialisti in cucina vegetariana, hanno raccolto la sfida, preparando piatti a base di proteine di lupino di grande livello. Gli esperti ne sono certi, il gusto gradevole e ‘mediterraneo’ di questo legume ne favorirà la diffusione: grazie all’alto contenuto di proteine (34-43% sul peso secco), di olio (5,4-10%) e di amino acidi essenziali, il legume rappresenta un elemento prezioso per l’alimentazione umana superiore alla più nota soia.
    Il lupino, pertanto, rappresenta il tipico esempio di un ritorno importante, sia in cucina, sia nella cura di molte ‘malattie del benessere’. Per diffondere le proprietà nutrizionali del lupino e approfondire le conoscenze tecniche necessarie alla sua lavorazione è nato il progetto di ricerca Healthy-Profood, finanziato dall’Unione Europea, che annovera tra i partner centri universitari di tutta Europa e l’Associazione europea per la ricerca sui legumi (AEP).
    E’ stato dimostrato che negli animali una modesta aggiunta di lupino può ridurre la colesterolemia in modo significativo. Un recente studio condotto in Polonia su pazienti ipercolesterolemici ha evidenziato un calo del colesterolo totale del 10% e del colesterolo ‘cattivo’ (LDL) superiore al 12% dopo solo un mese di trattamento. Ma i benefici per la salute non si fermano qui. Il lupino ha effetti ipotensivi. Da uno studio condotto in Finlandia si evince come il legume sia efficace nella riduzione della pressione arteriosa. Infine, al contrario della soia, non contiene fitoestrogeni (isoflavoni), deboli sostanze ormoniche di dubbia efficacia nella cura delle turbe menopausali, per i quali sono state poste severe restrizioni in diversi Paesi occidentali.
    Oltre ad aiutare e proteggere il cuore, il lupino ha mostrato effetti benefici anche nel ridurre la glicemia in soggetti diabetici e nel ridurre la pressione negli ipertesi. Per questi motivi la “Food and Drug Administration” ha deciso di inserire la soia ed i lupini fra gli alimenti utili contro le malattie coronariche. Riscopriamo il lupino, non solo per gli intolleranti al glutine, ma anche per gli altri, che oltre a beneficiarne del gusto danno un piccolo aiuto al proprio cuore.
    Per le sue caratteristiche nutrizionali, il lupino è l’unico legume che può sostituire la soia. Il suo contenuto in proteine può raggiungere infatti il 40% e quello di olio il 12%, con una significativa presenza di amino acidi essenziali. E soprattutto, essendo al momento ridotto l’interesse delle multinazionali, non esiste nel mondo nessuna coltivazione di piante di lupino geneticamente modificate. Rispetto a quello di soia e di altri legumi, il seme di lupino ha anche altre caratteristiche nutrizionali interessanti, come quantità minime di fitati, di inibitori della tripsina, di lectine, di saponine e di oligo-zuccheri. Tutti composti che rendono poco digeribili i legumi che non siano stati sottoposti a cottura prolungata. Queste conoscenze potrebbero avere un’importanza fondamentale a livello internazionale nel settore dei prodotti dietetici.

    I risultati di alcune ricerche
    Il primo problema che il lupino ha dimostrato di avere durante le prove sperimentali è sicuramente quello di una scarsa germinazione dei semi/emergenza plantule, che è risultata fortemente condizionata dalle precipitazioni del periodo immediatamente successivo alla semina. Una scarsa copertura del campo comporta poi un maggior rischio di infestazione soprattutto nel periodo maggio-giugno, quando il trattamento in pre-emergenza ha perso la sua efficacia e dove eventuali e frequenti piogge possono rendere inefficace persino la scerba tura manuale, che non sarebbe comunque applicabile in pieno campo.
    Questo problema risulta maggiore in caso di semine invernali e l’ovvia soluzione potrebbe essere quella di anticipare le operazioni in autunno, con l’accortezza però di utilizzare genotipi resistenti al freddo. Dalle prove effettuate, la semina autunnale ha prodotto effettivamente di più rispetto ad altre epoche di semina.
    Per quanto riguarda la densità di semina più adeguata si sono ottenuti risultati variabili nel corso degli anni, con differenze di produzione spesso limitate. La densità di 75 semi germinabili/m2) è quella che ha comportato le rese significativamente più basse ed una scarsa presenza di piante. La densità di 100 semi/m2, a causa di un miglior rapporto produzione/densità colturale, è quella da consigliare.
    Le caratteristiche morfologiche delle piante sono risultate adatte alla raccolta meccanizzata.



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