Cece





Sistematica del Cece (Cicer arietinum L.) sec. il Sistema Cronquist
Superdominium/Superdominio: Biota
Dominium/Dominio: Eucariota (Eukaryota o Eukarya/Eucarioti)
Regnum/Regno: Plantae (Plants/Piante)
SubRegnum/Sottoregno: Tracheobionta (Vascular plants/Piante vascolari)
Superdivisio/Superdivisione Spermatophyta (Seed plants/Piante con semi)
Divisio/Divisione: Magnoliophyta (Flowering plants/Piante con fiori)
Classis/Classe: Rosopsida Batsch, 1788
Subclassis/Sottoclasse: Rosidae Takht., 1967
SuperOrdo/Superordine: Fabanae R. Dahlgren ex Reveal, 1993
Ordo/Ordine: Fabales
Familia/Famiglia: Fabaceae o Papilionacee
Subfamilia/Sottofamiglia: Faboideae o Papilionoideae
Tribus/Tribù: Cicereae Aleféld,
Genus/Genere: Cicer L., 1753
Species/Specie: Cicer arietinum L., 1753
Sistematica del Cece (Cicer arietinum L.) sec. il sistema APG II

Kingdom/Regno: Plantae (Plants/Piante)
Clade: Angiosperme
Clade: Eudicotiledoni
Clade: Eudicotiledoni o Angiosperme tricolpate
Clade: Nucleo delle tricolpate
Clade: Rosidi
Clade: Eurosidi I
Ordine: Fabales
Famiglia: Fabaceae
Genere: Cicer L., 1753
Specie: Cicer arietinum L., 1753

Il cece è chiamato in:
I sinonimi con cui questa specie viene anche indicata sono:
  1. Cicer album Hort. ex Steud., 1840
  2. Cicer arientinium L. 1753
  3. Cicer arientinum L. 1753
  4. Cicer edessanum Bornm.
  5. Cicer grossum Salisb. 1796
  6. Cicer nigrum Hort. Vindob.ex Zeyher 1840
  7. Cicer physodes Rchb. 1870
  8. Cicer rotundum Alef. 1866
  9. Cicer sativum Schkuhr, 1796
  10. Cicer sintenisii Bornm. 1941
  11. Ononis crotalarioides M.I. Jones, 1929
Origine e diffusione
Tra le leguminose da granella, il cece è una delle specie di più antica coltivazione; le più remote tracce di utilizzazione di questa specie risalgono a oltre 7400 anni fa nell’attuale Turchia, come provato da ritrovamenti archeologici, mentre testimonianze successive di questa specie sono state trovate in diversi siti neolitici del Medio-oriente, in Irak (dal 4° millennio avanti Cristo), nella civiltà egizia (dal 2° millennio a. C.), in India (dall’inizio del 2° millennio a. C.) e in Grecia (dall’8° secolo a.C.).
La specie è originaria dell’Asia occidentale, a partire dalla quale si è diffusa a ovest nell’area mediterranea e ad est nel subcontinente indiano; solo in tempi molto più recenti ha raggiunto dal Mediterraneo il continente africano, diffondendosi soprattutto in Etiopia. Nel corso del 16° secolo il cece fu introdotto nelle Americhe ad opera dei conquistatori spagnoli e portoghesi. Ultimo continente ad essere raggiunto da questa coltura, in tempi relativamente recenti, è l’Australia. Attualmente (dati FAO, 1998) il principale bacino di produzione del cece è costituito dall’India, con 6,2 milioni di t annue, pari a circa il 69% della produzione mondiale (8,9 milioni di t); altri Paesi grandi produttori di cece sono: Pakistan (8,6% della produzione mondiale) e Turchia (6,7%), seguiti (con valori compresi tra il 3 e il 2%) da Iran, Messico e Australia.
Il cece è la terza leguminosa da granella per importanza mondiale, dopo il fagiolo e il pisello. La superficie coltivata nel mondo è di circa 11 milioni di ettari. La maggior parte del prodotto è consumata localmente.
In Europa, l’unico Paese a realizzare una consistente produzione di cece è la Spagna, con circa 66.000 t annue (0,7% della produzione mondiale), seguito (a notevole distanza) dall’Italia, con poco più di 4 mila t annue. In Italia la superficie a cece è scesa a meno di 3.500 ettari, quasi tutti localizzati nelle regioni meridionali e insulari (figura 1).
Quest’ultimo valore è l’attuale risultato di un notevole declino delle superfici dedicate nel nostro Paese a questa specie nell’ultimo trentennio (dati FAO).

Figura 1 - Superficie, produzione (sopra) e rese per ettaro (sotto) di cece in Italia.


Come è possibile notare nei grafici sopra riportati, ad una fortissima e rapida contrazione nei primi anni ’70, è seguito un lento declino delle superfici, stabilizzatosi nella seconda metà degli anni ’90 su un ordine di poco superiore ai 3.000 ha. La riduzione delle superfici è stata solo in piccola parte compensata da un incremento della produttività areica, comunque rimasta, nella media statistica nazionale, su valori (1,2 t/ha) molto lontani da quello che è il potenziale di resa di questa coltura, anche negli ambienti più svantaggiati produttivamente, come quelli dell’Italia meridionale, ove, come già detto, essa è prevalentemente diffusa.
Le prospettive di sviluppo della coltivazione del cece (che trova nel prodotto d’importazione una fortissima concorrenza), analogamente a quanto realizzato per una specie simile come la lenticchia, restano legate essenzialmente all’individuazione di potenziali bacini produttivi (con priorità per la qualità del prodotto ottenibile) e alla parallela creazione di marchi commerciali consorziali che permettano al consumatore di identificare il prodotto (“di qualità”) e di indirizzare la scelta su di esso, anche a fronte di un maggior costo rispetto al “generico” prodotto d’importazione.
Altre linee di sviluppo possibili per questa coltura sono quelle legate a particolari tipi di coltivazione, come quella “biologica”; in questo caso il prodotto non è in concorrenza con quello di importazione (non biologico) e può spuntare sul mercato prezzi potenzialmente remunerativi per il produttore; inoltre numerosi sono i vantaggi dell’introduzione di questa specie negli ordinamenti colturali delle aziende biologiche: scarsa necessità “intrinseca” di inputs tecnici (concimi minerali, prodotti fitochimici), apporto di azoto nel sistema colturale per via naturale (azotofissazione).
I semi secchi del cece sono un ottimo alimento per l’uomo, ricco di proteine (15-25%) di qualità alimentare tra le migliori entro le leguminose da granella.

Caratteri botanici
Il cece è una pianta erbacea annuale, a portamento eretto, semiprostrato o prostrato, di un’altezza che può raggiungere 1 m, ma che raramente supera i 0,50-0,60 m., a sviluppo indeterminato (figura 2). Tutta la pianta si presenta densamente pubescente, per la presenza di peli ghiandolari che secernono un essudato acido (acidi ossalico e malico).
Le dimensioni dei semi sono determinanti del pregio commerciale dei ceci: esistono varietà a seme grosso e varietà a seme piccolo; certi mercati (Italia, Spagna e Nord-Africa, dove questo legume è consumato intero) accettano solo ceci a seme grosso, apprezzandoli tanto più, quanto più grosso è il seme; su altri mercati (Medio Oriente, Iran, India) prevalgono i ceci a semi piccoli, che trovano impiego in preparazioni alimentari che ne prevedono la sfarinatura.
La composizione del seme, considerato di ottima qualità alimentare e utilizzato prevalentemente nella nutrizione umana (ma anche zootecnica, specie quello “di scarto”), presenta i seguenti intervalli di valori:

Figura 2 - Piante di C. arietinum in fruttificazione. Figura 3 - Semi secchi di C. arietinum pronti per la cottura.


Figura 4 – Legume di Cicer arietinum in fase di deiscenza.

Ciclo biologico
Il cece, tra le leguminose da granella, è classificata come specie microterma, in quanto è capace di vegetare e di svilupparsi anche a temperature relativamente basse. Nel clima mediterraneo, ciò si concretizza in un ciclo biologico di tipo primaverile, caratterizzato da una semina precoce nella stagione (a fine inverno), da un rapido sviluppo vegetativo e da una fase di antesi-maturazione dei semi che riesce a concludersi all’inizio della stagione estiva/secca.
Evidenti sono i vantaggi che tale ciclo biologico offre in termini di utilizzazione della piovosità naturale e delle riserve idriche del terreno, consentendo di conseguire buoni livelli di resa realizzando la coltura “ in asciutto”, quindi senza il costoso ausilio dell’irrigazione.
Tuttavia, la recente disponibilità sul mercato di varietà di cece dotate di elevata resistenza al freddo (di un livello analogo a quello dei principali cereali microtermi) consente oggi di realizzare la coltura con ciclo biologico autunno-primaverile, spostando la semina all’inizio dell’inverno: ne consegue un forte incremento della fase di sviluppo vegetativo e una anticipazione delle fasi successive (antesi-maturazione) che vengono così a svolgersi in condizioni termiche e idrologiche più favorevoli; ciò consente di ottenere due importanti vantaggi: rese maggiori e meno soggette all’aleatorietà climatica della fine della primavera mediterranea (caldo e siccità precoci).
Il ciclo biologico complessivo (semina-maturazione) del cece ha una durata variabile da 4 a 8 mesi, in funzione dell’epoca di semina: il valore più alto si riferisce a semine autunnali (e comprende quindi la lunga fase di vegetazione invernale) nell’Italia centrale.
Fisiologicamente il cece è una specie longidiurna “quantitativa”: la pianta, con il passaggio dalla fase vegetativa a quella riproduttiva, risponde allo stimolo fotoperiodico delle giornate primaverili di lunghezza crescente, ma l’entità di tale risposta risulta fortemente variabile in funzione del regime termico.
Condizioni ottimali per la fioritura sono un periodo di luce tra le 11 e le 14 ore, con temperature medie giornaliere comprese tra i 15 e i 23°C.
La fase di antesi è piuttosto lunga e, in condizioni normali, si estende per un periodo non inferiore a 3-4 settimane; condizioni sfavorevoli per questa delicata fase del ciclo sono: temperature al di sotto o al di sopra (specie se superiori ai 25°C) del range indicato, stress idrico, eccesso di piogge e di umidità dell’aria, tutti fattori capaci di ridurre la quota di fiori allegati, specie gli ultimi a formarsi.

Esigenze ambientali
Le esigenze ambientali che interessano questa specie sono quelle climatiche e pedologiche

Clima
Il cece è una pianta microterma che germina con sufficiente prontezza con temperature di circa 10 °C. La germinazione è ipogea e le plantule non hanno particolari difficoltà ad emergere dal terreno.
Resiste al freddo meno della fava tant’è che in tutto il bacino del mediterraneo il cece si semina a fine inverno e si raccoglie in luglio-agosto, mentre solo nei Paesi a inverno molto mite (India, Egitto, Messico) l’epoca di semina è l’autunno.
Il cece è una pianta a sviluppo indeterminato, che incomincia a fiorire a partire dai nodi bassi e la cui fioritura prosegue per alcune settimane. L’allegagione in genere è piuttosto bassa: per cause varie (alta temperatura o alta umidità o attacchi crittogamici) è normale che quote assai forti di fiori abortiscano.
Il cece è una pianta assai rustica, adatta al clima caldo-arido, perché resiste assai bene alla siccità mentre non tollera l’umidità eccessiva.
Il cece, per l’intero ciclo biologico, presenta un consumo idrico massimo stimabile nell’ordine di 450 mm, valore riferibile a colture caratterizzate da un elevato sviluppo vegetativo e da una produzione di granella non lontana da quella potenziale. Grazie alle sue caratteristiche morfofisiologiche il cece è dotato di un’eccellente capacità di estrazione dell’acqua dal terreno; questa particolarità, unita al ciclo biologico primaverile o autunno-primaverile, fa sì che nel clima mediterraneo (in cui il periodo siccitoso coincide con l’estate) la coltura riesca a sottrarsi alla necessità dell’irrigazione, trovando soddisfacimento delle proprie esigenze nelle risorse idriche naturali, costituite in parte dalle riserve d’acqua del terreno e in parte dall’abbondante piovosità primaverile, tipica di questo clima.
Tale soddisfacimento, comunque, non in tutte le annate e in tutte le situazioni colturali può essere considerato “pieno”; tra i fattori che possono predisporre maggiormente la coltura a fenomeni di stress idrico (più intensi e frequenti nelle regioni meridionali che in quelle centrali) possono essere citate: semine primaverili tardive e colture realizzate su terreni dotati di scarsa capacità di immagazzinamento dell’acqua (esempio: terreni a tessitura grossolana e/o poco profondi).
Al contrario, microclimi caratterizzati da eccessiva piovosità primaverile tardiva (associata ad elevata umidità atmosferica notturna) favoriscono il manifestarsi di avversità parassitarie (Ascochyta, Botrytis), di turbe della fecondazione (bassi livelli di allegagione) e di fenomeni di allettamento della coltura, questi ultimi legati ad eccessivo sviluppo vegetativo.

Terreno
Il cece presenta una forte intolleranza ai ristagni idrici; pertanto una delle caratteristiche fondamentali dei terreni da destinare a questa coltura è un’adeguata sistemazione idraulica che prevenga (o quanto meno limiti) fenomeni di saturazione idrica in caso di precipitazioni particolarmente intense e abbondanti. Pertanto, il cece rifugge dai terreni asfittici e soggetti a ristagni d’acqua dove allega male, e soprattutto da quelli argillosi e di cattiva struttura.
Questa specie risulta inoltre mal tollerare i substrati caratterizzati da salinità (ECe > 4 mmho/cm) e/o alcalinità (pH >8,5), così come l’utilizzo di acque irrigue saline (è sufficiente un livello pari a 1 mmho/cm per dimezzare il livello di resa); queste situazioni, che costituiscono un grave problema in altri bacini produttivi (in India, ad esempio), sono fortunatamente poco frequenti in Italia.
In generale, i terreni da giudicare preferibili per la coltura asciutta del cece hanno quale requisiti primari di essere ben drenati e di avere un’elevata capacità di immagazzinamento dell’acqua (senza presentare eccessi di umidità): devono quindi essere profondi, caratterizzati da una frazione argillosa ben rappresentata nella tessitura (ma non eccessiva). Terreni di questo tipo, peraltro piuttosto frequenti nell’Italia centromeridionale, specie nelle aree collinari, presentano anche il vantaggio di una buona fertilità chimica (legata alla tessitura fine), che consente di ritenere improbabili manifestazioni di fenomeni di carenza da microelementi (ferro, zinco) segnalate per questa specie in altre situazioni pedoambientali.
Suoli caratterizzati da “aridità fisiologica” (sciolti, pietrosi) non si prestano altrettanto bene alla coltivazione del cece (a meno di non ricorrere all’irrigazione, pratica economicamente improponibile per questa coltura, almeno in Italia) che risponde a queste condizioni colturali con un modesto sviluppo vegetativo, una limitata ramificazione, un’anticipazione delle fasi del ciclo e, in conseguenza, rese insoddisfacenti.
Non si adattano alla coltura del cece anche i terreni eccessivamente fertili (che danno luogo a basse produzioni per scarsa allegagione fiorale) o ricchi di calcare (in cui il prodotto risulta di qualità scadente). In sintesi, i terreni più adatti al cece sono quelli di medio impasto o leggeri, purché profondi, dove così può manifestare appieno la caratteristica di resistenza alla siccità. Nei terreni molto ricchi di calcare i ceci risultano di difficile cottura.

Varietà
Al momento attuale il panorama varietale del cece non è molto ricco, in quanto nella generalità dei casi sono coltivate le popolazioni locali. Ciò perché il miglioramento genetico di questa pianta è stato intrapreso da poco tempo.
I principali obiettivi che la selezione persegue sono: la resistenza alle principali avversità e segnatamente alla rabbia; resistenza al freddo, per estendere la semina autunnale; modifica del portamento della pianta dal normale tipo semiprostrato verso un tipo alto, eretto, a fioritura concentrata o con i primi baccelli ben distanziati da terra, in modo da rendere possibile la raccolta meccanica.
In linea generale, esistono due gruppi fondamentali in cui vengono distinte le varietà di cece:
I mercati ( e di conseguenza i produttori) distinguono in modo netto i due gruppi, sulla base delle abitudini alimentari della popolazione, cosicché in ciascun Paese viene coltivato o l’uno o l’altro dei due tipi.
I tipi “Kabuli” sono gli unici ad essere coltivati in Afganistan, Medio Oriente, nord-Africa, Europa meridionale, USA; i tipi “Desi” (oltre l’80% della produzione mondiale) trovano invece una decisa preferenza in India, Etiopia, Messico e Iran.
In Italia sono esclusivamente i ceci del tipo “Kabuli” ad essere coltivati (o importati) e commercializzati, mentre sono pressoché sconosciuti i ceci del tipo “Desi”, importati in piccole quantità da canali commerciali particolari e reperibili solo in esercizi specializzati in prodotti esotici.
Prove di confronto varietale sono state condotte in due differenti località climatiche della Basilicata, all’inizio degli anni 2000. La prima è stata effettuata nella Piana di Metaponto, la seconda nella provincia di Matera, in una località collinare a 400 m s.l.m. I risultati sono sintetizzati nella tabella 1 e nella tabella 2, rispettivamente per le due località.

Tabella 1 – Valori dei principali parametri produttivi e biometrici ottenuti nel confronto varietale nella Piana di Metaponto, a livello del mare.
Varietà Produzione
(t/ha)
Piante/m2
(N.)
Rami/
pianta
(N.)
Altezza
pianta
(cm)
Baccelli/pianta Semi/pianta Semi/
baccello
(N.)
Peso 1000
semi
(g)
Harvest
index
(%)
Azoto
totale
(%)
Proteine
(%)
N. Peso (g) N. Peso (g)
Atenas
Corlian
Kairo
Krema
Molian
Nero
Pascià
Sultano
2,3
2,8
2,6
1,4
3,2
0,9
2,4
3,1
18,4
20,7
20,7
8,7
22,6
27,2
15,8
23,0
2,7
2,7
3,6
2,4
3,0
2,4
2,6
2,8
75,3
75,0
67,5
65,3
78,6
50,0
68,0
75,6
123,3
106,6
81,6
78,0
156,4
42,8
72,8
123,5
51,4
34,0
33,4
28,6
45,0
11,2
32,2
39,3
125,8
111,2
77,2
56,2
170,0
42,1
62,3
126,6
37,7
26,4
23,3
22,0
38,7
9,6
23,8
34,3
1,1
1,0
0,9
0,7
1,1
0,8
0,9
1,0
342,8
317,2
389,1
445,7
286,4
211,3
490,7
318,7
22,4
24,1
23,0
26,5
28,3
13,4
20,8
27,1
3,4
3,7
3,6
3,5
3,7
3,6
3,3
3,5
23,5
22,8
22,7
23,5
23,1
22,4
20,8
21,8


Tabella 2 – Valori dei principali parametri produttivi e biometrici ottenuti nel confronto varietale nella provincia di Matera, a 400 m s.l.m.
Varietà Produzione
(t/ha)
Piante/m2
(N.)
Rami/
pianta
(N.)
Altezza
pianta
(cm)
Baccelli/pianta Semi/pianta Semi/
baccello
(N.)
Peso 1000
semi
(g)
Harvest
index
(%)
Azoto
totale
(%)
Proteine
(%)
N. Peso (g) N. Peso (g)
Atenas
Corlian
Kairo
Krema
Molian
Nero
Pascià
Sultano
1,3
1,2
1,4
0,5
1,1
1,3
1,2
1,1
19,3
20,1
20,8
9,9
18,0
22,6
13,8
18,0
3,6
3,2
3,3
3,1
3,3
4,5
3,1
3,4
59,9
71,0
64,8
50,5
63,0
52,7
63,9
64,9
44,8
61,4
45,5
31,4
66,0
55,7
61,7
56,0
19,0
17,1
19,1
14,1
16,4
6,5
26,4
15,6
50,9
61,7
47,4
31,6
80,1
58,8
62,5
49,7
12,0
11,9
13,1
9,0
11,4
11,5
13,6
10,8
1,2
1,0
1,0
1,0
1,2
1,1
1,0
0,9
282,8
250,7
338,7
314,9
257,7
245,6
433,9
256,5
32,9
30,8
28,7
28,7
35,3
32,5
32,8
31,0
4,0
4,0
4,2
3,6
4,1
3,7
3,8
3,4
25,3
24,9
26,3
22,5
25,7
23,3
23,6
21,2


Posto nell’avvicendamento
Il cece è una coltura tipicamente classificata come miglioratrice, in quanto lascia nel terreno una quota dell’azoto fissato per via simbiotica nel corso della vegetazione, anche se la quantità di azoto lasciato nel suolo, a disposizione della coltura successiva, non è da considerare particolarmente elevata rispetto ad altre leguminose annuali e può essere stimata nell’ordine di 30- 40 kg/ha nel caso di una coltura in cui la nodulazione si è rivelata pienamente efficiente. Oltre alla fertilità azotata residua, peraltro comune a tutte le leguminose, il cece presenta altri vantaggi in termini di avvicendamento: l’epoca di raccolta, piuttosto anticipata nella stagione rispetto a molte altre colture, consente infatti di effettuare la lavorazione principale del terreno molto presto, con notevoli benefici in termini di qualità di preparazione del letto di semina della coltura successiva, molto frequentemente costituita da una cereale microtermo a semina autunnale. Inoltre la lavorazione del terreno che viene effettuata in preparazione di una coltura di cece è tipicamente classificabile come profonda (deve favorire l’accumulo naturale di acqua negli strati sottosuperficiali del terreno e permettere un ottimale sviluppo in profondità dell’apparato radicale del cece) e, come tale, porta a indicare tale coltura come da rinnovo, secondo la vecchia classificazione agronomica.
Il cece è pertanto una coltura miglioratrice da rinnovo (figura 5), capace di lasciare nel terreno che l’ha ospitata un ottimo livello di fertilità fisica (lavorazione profonda) e chimica (azotofissazione).

Figura 5 – Estesa coltivazione di cece.


Come tale, il cece trova una classica collocazione nella rotazioni colturali asciutte dell’Italia centrale e meridionale in alternanza con cereali microtermi, per i quali costituisce una buona precessione colturale.
I cereali che più frequentemente vengono avvicendati al cece sono frumento (tenero e duro) e orzo; in ogni caso è da considerare preferibile che il cereale che segue immediatamente il cece sia il frumento, meglio dell’orzo capace di utilizzare la fertilità azotata lasciata dalla leguminosa e meno di questo sensibile a eccessi di azoto che potrebbero manifestarsi dopo la leguminosa. Per motivi di ordine fitosanitario (in particolare Ascochyta) è preferibile evitare avvicendamenti troppo “stretti” (ad esempio biennali, triennali), preferendo rotazioni più ampie, in cui il cece torna sullo stesso appezzamento non prima di quattro anni.
L’alternanza con cereali microtermi è comunque solo il caso più frequente (per la forte affinità in termini di esigenze ambientali) e non è quindi da considerare come regola assoluta: in altre parti del mondo le più diverse colture vengono avvicendate, o addirittura consociate, con il cece. Qualora esistano condizioni agronomiche ed economiche che permettono di realizzare con successo colture diverse dai cereali microtermi, il cece non presenta particolari problemi nell’avvicendarsi ad esse, fatta eccezione per altre specie leguminose.
Negli ambienti semi-aridi, ai quali il cece si dimostra adatto, esso si avvicenda con il cereale autunnale (frumento, orzo) del quale costituisce una buona precessione, anche se il suo potere miglioratore non è pari a quello della fava o del pisello.

Preparazione del terreno
Il cece è una coltura realizzata tipicamente in condizioni asciutte, senza l’ausilio dell’irrigazione, e la disponibilità di acqua spesso costituisce il principale fattore a limitarne le rese, quanto meno nelle annate più siccitose e/o negli areali di coltivazione più aridi.
Essa presenta peraltro un’elevata capacità di radicazione in profondità che la rende capace di utilizzare al meglio le risorse idriche accumulate negli strati profondi del terreno durante la stagione piovosa e di chiudere il ciclo biologico prima che queste siano esaurite. Da ciò appare evidente la inderogabilità di adottare per questa coltura una lavorazione profonda che favorisca sia l’infiltrazione/accumulo di acqua sia lo sviluppo verticale delle radici massimizzando le rese conseguibili.
A questo scopo, una interessante (agronomicamente ed economicamente) alternativa ad una tradizionale aratura (0,45-0,50 m di profondità) è costituita da una lavorazione “a due strati”, realizzabile in un unico passaggio di aratro-ripuntatore o, in mancanza di esso, in due passaggi: il primo con uno strumento discissore (ripper, chisel) e il secondo con un aratro tradizionale. In entrambi casi, il terreno dovrebbe essere disgregato in profondità (0,5-0,6 m) ad opera dei soliorgani discissori mentre il rimescolamento/rovesciamento operato dall’aratro dovrebbe limitarsi allo strato più superficiale del terreno (0,25-0,30 m).
La lavorazione dovrebbe essere effettuata con il maggiore anticipo possibile, specie nei terreni di natura argillosa (i più vocati a questa coltura per caratteristiche idrologiche), idealmente subito dopo la raccolta della coltura precedente, in modo da avere più tempo possibile a disposizione per la progressiva disgregazione della macrozollosità ad opera degli atmosferili e degli interventi meccanici di affinamento (erpicature di intensità decrescente).
Nei terreni a marcata caratterizzazione limosa (scarsamente strutturabili e/o a struttura instabile), molto meno frequenti per questa coltura, è invece consigliabile effettuare la lavorazione principale del terreno e gli affinamenti poco prima della semina.
In ogni caso, non è da considerare indispensabile un grado di affinamento/perfezionamento del letto di semina particolarmente spinto: le grosse dimensioni del seme di cece (specie del gruppo Kabuli/macrosperma coltivato in Italia) e la germinazione di tipo ipogeico fanno sì che questa specie abbia notevoli capacità di germinazione-emergenza anche in caso di terreno non perfettamente preparato.
Di norma il cece non richiede cure colturali particolari, solo in certi casi è usanza praticare una leggera rincalzatura; talora è consigliabile qualche trattamento contro la rabbia o contro gli insetti; in ambienti molto aridi la coltivazione del cece è fatta con l’ausilio dell’irrigazione.
In sintesi, il terreno destinato al cece va lavorato profondamente, in modo da consentire il massimo approfondimento radicale, ed affinato durante l’autunno e l’inverno.

Semina
Nel considerare la semina di questa leguminosa è necessario prendere in esame l’epoca, la scelta della varietà, la concia ed il risanamento della semente, la densità ed il sesto di semina ed, infine, la modalità dell’esecuzione della semina.

Epoca di semina
In Italia l’epoca di semina tradizionale del cece è sempre stata primaverile, nel mese di marzo, quando i più intensi rigori invernali sono ormai superati e il terreno raggiunge una temperatura dell’ordine di 8-10°C, sufficienti a garantire una germinazione sufficientemente pronta.
Tuttavia, uno dei più importanti risultati conseguiti dal miglioramento genetico di questa specie negli ultimi anni è stato quello di individuare germoplasma (poi diffuso sotto forma di cultivar) dotato di resistenza al freddo invernale e, come tale utilizzabile in semina autunnale, quanto meno negli ambienti a clima mediterraneo e quindi con inverni non particolarmente severi. In questo senso le cultivar di cece sono state classificate in tre gruppi principali:
  1. resistenti al gelo (fino a temperature di –12,5 °C, senza copertura nevosa);
  2. tipi invernali (tolleranti il gelo, ma in misura inferiore al primo gruppo);
  3. tipi primaverili (suscettibili al gelo).
In pratica, dunque, attualmente sono disponibili genotipi (1° e 2° gruppo) che possono essere in tutta tranquillità seminati prima dell’inverno, con importantissimi vantaggi, rispetto alla semina primaverile, in termini sia di produttività che di stabilità della resa nelle diverse annate. Oltre al maggiore sviluppo vegetativo, l’anticipo della fioritura ad un periodo della stagione più favorevole, garantisce una minore percentuale di fiori non allegati. Per la successiva fase di riempimento dei semi e maturazione, anch’essa anticipata rispetto alla semina primaverile, si riducono i rischi legati al sopraggiungere della siccità estiva: nelle annate in cui questa si manifesta precocemente, le decurtazioni di resa risultano sensibilmente inferiori nelle colture autunnali, più “vicine” al termine naturale del ciclo biologico.
Le semine autunnali sembrano esplicare effetti positivi anche sulla qualità della granella (più elevato peso medio del seme) e su una importante caratteristica morfologica, l’altezza d’inserzione del primo baccello fertile, che risulta maggiore, facilitando la mietitrebbiatura meccanica. Nelle regioni centrali italiane, la semina autunnale dovrebbe essere effettuata nel periodo compreso tra la metà di ottobre e la metà di novembre (con una preferenza per l’anticipo nei microclimi più freddi), in modo tale da permettere un sufficiente sviluppo delle plantule prima del sopraggiungere dei rigori invernali.
In base a tutto ciò, è da ritenere la semina autunnale senz’altro preferibile a quella primaverile, con la tassativa esigenza di utilizzare esclusivamente cultivar di accertata resistenza al freddo, specie nelle regioni interne dell’Italia centrale. Peraltro le semine autunnali sono da ritenere sconsigliabili in microclimi caratterizzati da rigori invernali particolarmente intensi, come nel caso delle elevate altitudini appenniniche o dei fondovalle delle zone interne soggetti a intense gelate invernali.

Scelta della varietà
L’ideotipo di una varietà di cece per la coltura meccanizzata negli ambienti italiani è costituito da:
Attualmente non esistono cultivar di cece iscritte ufficialmente al Registro Nazionale delle Varietà, anche se dalla letteratura risultano esistere due cultivar, “Califfo” e “Sultano”, recentemente selezionate dall’International Chickpea Testing Network per il mercato italiano. Altra possibilità per gli agricoltori che intendano coltivare questa specie, è quella di ricorrere agli ecotipi locali, selezionati nel tempo nei diversi bacini di coltivazione per caratteristiche di adattamento alle condizioni ambientali locali; essi comunque, essendo sempre stati impiegati in semina primaverile, difficilmente presentano una resistenza al freddo sufficiente a consentirne la semina in epoca autunnale: questa è da evitare tassativamente (specie nell’Italia centrale) in mancanza di specifiche ed affidabili garanzie da parte del fornitore della semente.

Concia della semente
Per fornire alle plantule nei primi stadi di sviluppo un’adeguata protezione contro le principali malattie fungine è opportuno effettuare la concia della semente. Questa precauzione diviene particolarmente importante nel caso di terreni che hanno già ospitato colture di cece attaccate da malattie fungine o nel caso di impiego di semente potenzialmente infetta. Prodotti che risultano efficaci sono: Tiabendazolo e Calixin M® (contro Ascochyta); Benlate T (contro Fusarium). Utile risulta l’associazione del fungicida con un insetticida.

Densità e sesto di semina
Numerose esperienze sperimentali hanno dimostrato che la pianta del cece ha una notevole capacità di adattarsi a differenti condizioni di fittezza colturale, compensando in notevole misura (attraverso un maggiore sviluppo vegetativo, una maggiore quantità di fiori, una maggiore percentuale di allegagione) eventuali difetti di popolamento, legati ad esempio a insufficiente quantità di seme, o a un’elevata quota di fallanze, o alla mortalità invernale di una certa percentuale di piante (semine autunnali con varietà insufficientemente resistenti al freddo). Tale capacità di compensazione risulta particolarmente intensa nelle colture in semina autunnale, nelle quali le piante hanno un maggior tempo a disposizione per regolare il proprio sviluppo vegetativo. Tuttavia, pur restando questa utile prerogativa valida quale “assicurazione” nei confronti di imprevisti diradamenti, la sperimentazione ha dimostrato che la fittezza ottimale per questa coltura è nell’ordine delle 25 piante per m2. Pertanto, questo è l’obiettivo che deve essere perseguito nel calcolo della quantità di semente, tenendo comunque conto nel computo della quota di seme del lotto impiegato che è effettivamente germinabile e di una quota (più o meno importante) di semi che non riusciranno a originare una plantula (fallanze).
L’entità della quota di fallanze è essenzialmente legata ad un fattore specifico, le caratteristiche del seme della specie (dimensioni, tipo di germinazione, ecc.), e ad un fattore contingente, la “qualità” del letto di semina che si è riusciti a realizzare (tanto meglio esso è preparato tanto più bassa è la quota di fallanze da prevedere).
Nel caso del cece, e in particolare nei tipi coltivati in Italia del gruppo macrosperma/Kabuli, il seme è di notevoli dimensioni (da 300 a 600 mg e oltre) e quindi possiede una importante scorta di riserve seminali che rendono la plantula “ben attrezzata” nelle prime fasi di sviluppo, anche in condizioni non ottimali. Il cece inoltre presenta il vantaggio di avere un tipo di germinazione ipogeica (che non prevede la fuoriuscita dal terreno dei cotiledoni), molto più efficiente di quella epigeica (propria di altre leguminose quali: fagiolo, soia, lupino) nel garantire l’emergenza dal terreno, specie se ciò avviene in condizioni “difficili” (tutt’altro che infrequenti), come nel caso di formazione di crosta superficiale susseguente la semina. Da tutto ciò consegue che la quota di fallanze da utilizzare nel calcolo della quantità di semente è, rispetto ad altre specie, relativamente ridotta e indicabile in un range di valori compresi tra un minimo del 10% (letti di semina ben preparati) e un massimo del 30% (letti di semina piuttosto irregolari e con abbondante presenza di residua zollosità grossolana).
Le quantità di semente necessarie per la semina di un ettaro di cece risultano molto variabili in funzione della dimensione del seme utilizzato; i valori possono essere trovati nella seguente tabella, ove sono calcolate le quantità di seme (in kg/ha) in funzione di diversi pesi del seme e di differenti gradi di preparazione del letto di semina (tabella 3).

Tabella 3 - Quantità di seme (kg) necessarie alla semina di un ettaro (germinabilità: 85%; obiettivo: 25 piante/m2).
Peso del seme
mg
Qualità del letto di semina
Buona Media Cattiva
300
350
400
450
500
550
600
100
112
131
142
163
180
196
112
127
145
161
186
204
223
121
145
169
188
210
232
253



Esecuzione della semina
La semina del cece è effettuata meccanicamente a file; allo scopo possono essere utilizzate sia seminatrici universali da frumento sia seminatrici di precisione (migliori quelle a distribuzione pneumatica). Nel primo caso, prima di iniziare la semina, viste le grosse dimensioni del seme, è bene controllare la funzionalità della macchina seminatrice, accertandosi che i semi passino regolarmente attraverso gli organi e non subiscano danneggiamenti.
La distanza più conveniente da adottare tra le file può essere indicata in 0,45 m, quale miglior compromesso tra l’esigenza di ottimizzare la disposizione spaziale delle piante (migliore con file più strette) e l’esigenza pratica di avere degli interfilari sufficientemente ampi da consentire la sarchiatura meccanica della coltura e il transito di macchine operatrici senza danneggiamento delle piante. Questa è infatti la minima spaziatura compatibile con la sarchiatura meccanica, che può essere effettuata con le stesse attrezzature (sarchiatrici, trattrici equipaggiate con ruote strette) della barbabietola da zucchero. Rinunciando a questa possibilità (inderogabile nell’agricoltura biologica) è possibile adottare distanze interfila minori (esempio: 0,30 m), conseguendo un certo vantaggio in termini di geometria di distribuzione delle piante (comunque di modesta entità in termini di resa).
Per quanto riguarda la profondità di deposizione del seme, questa deve essere regolata su un valore compreso tra i 40 e i 60 mm; tale profondità, resa possibile dalle caratteristiche del seme, consente di ottenere buoni risultati di germinazione anche nel caso di condizioni relativamente siccitose e di terreno superficialmente asciutto, frequenti specie in semina primaverile.
In conclusione, sinteticamente, il cece per lo più si semina in fine inverno, appena passati i freddi più forti (marzo), a file distanti 0,35-0,40 m, mirando a realizzare un popolamento di 25-30 piante a metro quadrato; secondo la grossezza del seme sono necessarie quantità di seme diverse; con i ceci del tipo Tabuli (gli unici finora proponibili in Italia: peso di 1000 semi pari a 350-500 g, si adoperano intorno a 100-180 Kg/ha di seme).
La semina può farsi con le seminatrici da frumento o con seminatrici di precisione. La profondità di semina consigliabile è sui 50-70 mm. Il seme va conciato accuratamente per prevenire attacchi di crittogame sulle plantule.


Concimazione
Si prenderà in considerazione la concimazione con concimi non dilavabili, a lento effetto, quali il fosforo ed il potassio ela concimaione con concimi azotati, a pronto effetto, non trattenuti dal potere assorbente del terreno e, pertanto, facilmente dilavabili dalle acque piovane.
La concimazione del cece deve essere mirata soprattutto a non far mancare alla coltura il fosforo (e il potassio se carente); per l’azoto la nodulazione, se regolare come quasi sempre accade, assicura il soddisfacimento del fabbisogno.

Fosforo e potassio
Sia il fosforo che il potassio sono elementi di fondamentale importanza nella nutrizione minerale di ogni vegetale, essendo coinvolti, sin dalle prime fasi di sviluppo, in numerosi processi biologici essenziali: il fosforo entra nei meccanismi di scambio energetico, nella fotosintesi, negli acidi nucleici, nei fosfolipidi; il potassio costituisce un “regolatore fisiologico” in diversi processi (permeabilità delle membrane cellulari, equilibrio acido-basico, turgescenza cellulare, ecc.). Tutto ciò fa sì che il successo di qualsiasi coltura agraria sia subordinato alla disponibilità nel substrato di questi elementi in forme che risultino: a) assimilabili da parte delle piante e b) presenti in quantità che siano pari o superiori (e quindi “non limitanti”) alle necessità fisiologiche della coltura.
Qualora queste condizioni non siano soddisfatte, la coltura reagisce con manifestazioni di sofferenza (crescita stentata, scarso sviluppo vegetativo, scarsa fioritura/fruttificazione, suscettibilità ad avversità biotiche/abiotiche) di entità proporzionale alla carenza dell’uno o dell’altro elemento e, comunque, tali da compromettere seriamente la resa e la qualità del prodotto.
Nel caso del cece, i primi sintomi visibili la cui manifestazione consente (anche se con qualche difficoltà) di diagnosticare la carenza di uno di questi elementi, possono essere così schematizzati:
Carenza di fosforo:
Carenza di potassio:
Data la conoscenza delle quantità di elementi sufficienti a soddisfare le esigenze fisiologiche di una coltura di cece, e stante il fatto che sia fosforo che potassio sono naturalmente presenti in molti terreni agrari (fissati dal complesso di scambio, in quantità/forme diverse), è evidente che il mezzo migliore per stabilire se il ricorso alla concimazione è necessario o meno e, nel caso, determinare la dose ottimale da somministrare, è costituito dalla conoscenza della dotazione del terreno nei due elementi. Questa può essere determinata attraverso l’analisi chimica del terreno, effettuabile presso laboratori specializzati che utilizzano tecniche standardizzate di estrazione degli elementi (P assimilabile Olsen, K scambiabile), volte ad evidenziarne le quantità in forma effettivamente disponibile per le piante.
Nella tabella 4 sono riportate le dosi ottimali di concimazione fosfatica e potassica in funzione delle dotazioni del terreno risultanti dalle analisi; tutti i dati sono espressi nelle stesse forme molecolari in cui vengono indicati i titoli dei concimi (fosforo: P2O5; potassio: K2O); per il fosforo, tenere conto che metodi analitici diversi (Bray, Morgan, Ferrari) da quello indicato (Olsen) forniscono valori differenti (e non comparabili): in questo caso fare riferimento solo alla classe di “giudizio della dotazione”.

Tabella 4 - Concimazione fosfatica e potassica: dosi consigliate in funzione delle dotazioni del terreno.
Fosforo
Dotazione di P2O5 (giudizio)
Dotazione di P2O5 Olsen (ppm)
Concimazione fosfatica (kg/ha di P2O5)
Molto bassa
< 6
56
Bassa
6-13
50
Media
13-25
34
Elevata
25-40
17
Molto elevata
> 40
0
Potassio
Dotazione di K2O (giudizio)
Dotazione di K2O (ppm)
Concimazione potassica (kg/ha di K2O)
Molto bassa
< 50
134
Bassa
50-100
123
Media
100-150
104
Elevata
150-200
35
Molto elevata
> 200
0


La concimazione con dosi superiori a quelle indicate, pur essendo svantaggiosa in termini economici (anticipazione di spesa), non presenta problemi né alla coltura né all’ambiente (gli elementi rimangono nel terreno a disposizione di colture successive, saldamente complessati dal terreno stesso) e costituisce un arricchimento della dotazione.
Data la scarsissima mobilità di questi elementi nel terreno, la somministrazione dei concimi fosfatici e potassici deve essere effettuata prima della lavorazione principale, in modo che questa ne garantisca la corretta incorporazione nello strato di terreno maggiormente interessato dallo sviluppo radicale e ne permetta quindi un assorbimento ottimale.
Per la concimazione fosfatica può essere consigliabile utilizzare il perfosfato triplo (46-48% di P2O5), molto economico nel costo dell’unità fertilizzante, mentre per quella potassica può essere impiegato il solfato di potassio (48-52% di K2O), agronomicamente preferibile ma costoso, o il cloruro di potassio, se il terreno non è argilloso (60% di K2O).
In linea generale, sinteticamente, poiché il prelevamento di fosforo è molto limitato, anche la relativa concimazione può essere limitata a 40-60 kg/ha di P2O5.

Concimazione azotata
A causa dell’elevata percentuale di proteine contenute nel seme, il cece presenta fabbisogni di azoto da considerare piuttosto elevati: per una produzione di 3,5 t/ha di semi contenenti il 4% di azoto (pari a circa il 23% di proteine) si ha un’asportazione complessiva di 140 kg/ha di questo elemento, senza considerare la quota di azoto che rimane in campo nei residui della coltura.
Questo non significa comunque che per la realizzazione di questa coltura sia necessario effettuare concimazioni azotate di tale entità. Il cece infatti, essendo una leguminosa, è capace di soddisfare in modo autonomo le proprie esigenze di azoto grazie alla simbiosi radicale con batteri del genere Rhizobium in grado di fissare l’azoto atmosferico e di trasferirlo (in cambio di energia) alla pianta ospite.
In terreni estremamente magri o poco favorevoli all’azotofissazione, una concimazione azotata con 20-30 Kg/ha di azoto può risultare vantaggiosa.
Nel caso del cece, sembra che il rizobio simbionte sia di tipo specifico (e non generico): ciò implicherebbe che, in situazioni pedologiche in cui non è naturalmente presente lo specifico rizobio, si dovrebbe ricorrere prima della semina alla tecnica di inoculazione della semente, analogamente a quanto avviene per la soia.
Peraltro, l’esperienza agronomica italiana indica che il cece non incontra nei nostri terreni alcuna difficoltà nell’instaurare spontaneamente la simbiosi (evidentemente per la naturale presenza del rizobio specifico nella generalità dei suoli), rendendo di fatto superflua sia l’inoculazione della semente che l’effettuazione della concimazione azotata.
Alcune esperienze sembrano comunque indicare l’utilità di una limitata (25-35 kg/ha di N, da urea o nitrato d’ammonio) concimazione azotata alla semina, con lo scopo di far fronte alle (modeste) esigenze delle plantule nelle prime fasi del ciclo biologico, prima che la simbiosi si sia instaurata e abbia avuto inizio l’attività azotofissativa.
Tale pratica è da considerare applicabile solo a scopo prudenziale, in quanto l’esigenza citata è di norma soddisfatta dal azoto minerale contenuto naturalmente nel terreno, e comunque da limitare alle semine primaverili e in particolari situazioni pedologiche e di avvicendamento: terreni particolarmente poveri in azoto, precessioni sfruttanti, forti dilavamenti prima della semina.

Controllo della flora infestante
Il controllo della flora infestante (figura 6) è particolarmente importante nelle prime fasi di sviluppo della coltura, quando non ha ancora raggiunto una sufficiente capacità competitiva con le malerbe a rapido accrescimento.


Figura 6 – Leggera presenza di spp. in campo di cece.


In queste fasi è consigliabile ricorrere a 2-3 rinettamenti meccanici dell’interfila, effettuabili con sarchiatrici di diverso tipo. Peraltro, la rincalzatura, che spesso viene associata alle operazioni di sarchiatura, deve essere evitata, in quanto altera la conformazione superficiale del terreno rendendo difficoltose le operazioni di raccolta meccanica.
Il diserbo del cece può essere fatto con successo in pre-emergenza utilizzando Pendimetalin + Imazetapir.

Raccolta
Il cece raggiunge la maturazione all’inizio dell’estate, periodo dell’anno che presenta condizioni climatiche particolarmente favorevoli ad una essiccazione naturale della granella fino ai valori di umidità prossimi a quelli con i quali questa può essere conservata in magazzino (10-12%). E’ bene comunque evitare di ritardare troppo la raccolta (specie la mietitrebbiatura) rispetto al valore ottimale di umidità (13%) con cui questa può essere iniziata, in quanto un’eccessiva essiccazione della pianta e del seme può causare perdite sia per apertura dei baccelli sia per danneggiamento/rottura dei semi nella fase di trebbiatura, piuttosto delicata a causa delle grosse dimensioni dei semi stessi.
La raccolta meccanica del cece può avvenire in due modi:
Se la raccolta viene effettuata con mietitrebbiatrice, si devono adottare alcune precauzioni:

Rese
La produzione potenziale in granella di una coltura di cece è stata stimata nell’ordine delle 5 t/ha, valore molto distante dalla resa media (1,2 t/ha) riportata dalle statistiche ufficiali per il nostro Paese. Motivi di questa bassa produzione media sono individuabili:
Nel caso di condizioni di coltivazione migliori di quelle descritte (tecnica colturale appropriata, terreni di buona fertilità, ambienti favorevoli, cultivar di recente selezione) le rese realisticamente ottenibili possono essere indicate nell’ordine di 2,5-3,5 t/ha, fino a superare le 4 t/ha negli ambienti più favorevoli con semina in epoca autunnale.

Conservazione
La granella di cece non presenta particolari problemi di conservazione quando sia raccolto e immagazzinato ad un contenuto di umidità inferiore al 12%. Nel caso di partite di seme raccolte ad umidità leggermente superiori, è necessario utilizzare sistemi di ventilazione forzata (10-15 m3/ora per m3 di granella) fino al raggiungimento dell’umidità di conservazione; sono comunque da evitare essiccazioni “rapide” o “forzate”, che danneggiano i semi pregiudicandone la qualità commerciale.
Nei magazzini, il controllo delle infestazioni da parte di insetti (Callosobruchus) che attaccano la granella di cece può essere effettuato con trattamenti a base di fosfina o con anidride carbonica.
I requisiti di commercializzazione prevedono l’assenza di corpi estranei, di semi immaturi di colore anomalo (verde) e di semi rotti.

Avversità e parassiti
La malattia crittogamica più grave che colpisce il cece è la rabbia o antracosi, il cui agente causale è l’Ascochyta rabiei (Pass.) Labrousse, 1931, che produce il disseccamento della parte aerea e che può provocare la distruzione della coltivazione (figura 7).

Figura 7 – Grave attacco di Ascochyta rabiei su fusti, foglie e legumi di cece, completamente disseccati. Figura 8 – Fusto con attacco di Ascochyta rabiei. Si osservano i picnidi distribuiti in anelli concentrici.


Figura 9 – Baccello di cece con la tipica tacca di antracnosi causata da Ascochyta rabiei.


Le maggiori speranze risiedono nella costituzione di varietà resistenti; qualche risultato si ottiene con la lotta diretta basata sulla concia del seme e su una irrorazione all’inizio della formazione dei baccelli. Altri funghi che possono provocare danni sono la ruggine del cece (Uromyces cicer-arietini), l’avvizzimento, causato da Rhizoctonia spp., Fusarium spp. Verticillum spp.
I più seri attacchi di animali sono portati dalla Heliotis (sin. Helicoverga) armigera sui baccelli, dalle larve di Liriomyza cicerina minatrice delle foglie, dal Callosobruchus chinensis che attacca i semi in magazzino.
Il cece può essere infestato, anche se con minor gravità della fava, dall’orobanche.

Difesa biologica
La capacità che l’agricoltura biologica ha di far fronte alle avversità di ordine fitosanitario, non risiede tanto nel possedere rimedi infallibili per i singoli problemi, quanto nel fornire al sistema la possibilità di autoequilibrarsi sfruttando le sue capacità omeostatiche. La predisposizione di condizioni di miglior rispetto degli equilibri naturali del terreno, seguite nelle pratiche di coltivazione dell’agricoltura biologica, costituisce la fase preliminare e preventiva nella difesa delle colture dagli agenti nocivi sia di natura biotica che abiotica. Infatti coltivare un ecotipo locale, più adatto per selezione ad affrontare le condizioni di vita determinate dal suolo e dal clima, seguire la metodologia dell’apporto di sostanza organica nella fertilizzazione e le altre tecniche colturali, contribuisce a costituire una prima serie di condizioni che tendono naturalmente a rendere la pianta coltivata meno suscettibile alle infezioni e ai danni degli agenti nocivi. Il materiale di propagazione deve essere necessariamente sano, cioè privo di agenti patogeni e di insetti. Sarà pertanto opportuno impiegare materiale certificato (sempre proveniente da agricoltura biologica).
In certi casi è possibile ridurre la popolazione di malattie e di insetti fitofagi distruggendo tempestivamente residui colturali nei quali questi svernano.
Le sistemazioni idrauliche, evitando ristagni idrici, riducono l’incidenza di diverse fitopatie e lo sviluppo di alcuni insetti terricoli sia diminuendone la virulenza sia aumentando il vigore e, quindi la resistenza delle piante coltivate.
Una concimazione completa ed equilibrata è come regola generale favorevole in quanto piante ben nutrite e vigorose resistono meglio e con minor danno alle aggressioni. L’eccesso di azoto, che può aumentare la suscettibilità delle colture alle avversità crittogamiche o l’appetibilità per certi fitofagi (es. afidi) è un caso ricorrente nell’agricoltura convenzionale, mentre è altamente improbabile che si realizzi nell’agricoltura biologica, dove non si fa uso di concimi azotati di sintesi.
Anche la correzione del pH può essere un mezzo importante per favorire le specie coltivate, in quanto molti funghi terricoli sono favoriti da una reazione del terreno tendenzialmente acida. Nel caso di necessità determinate da eventi capaci di compromettere il risultato economico del raccolto, è possibile comunque intervenire con alcuni strumenti di difesa diretta.
L’impiego di essenze vegetali e di insetticidi di origine vegetale (azadiractina, rotenone, piretro quassine ecc.), offre buoni risultati contro i parassiti animali e, parallelamente, l’uso di zolfo e di sali di rame, impiegati da sempre con successo nel controllo delle crittogame, consente in molti casi di ostacolare anche lo sviluppo di diversi insetti.
E’ opportuno, in questo ambito, porre l’accento sulle difficoltà che incontra l’operatore agricolo nel reperire informazioni sulla conformità alle normative cogenti nell’agricoltura biologica dei preparati con attività insetticida e anticrittogamica. Per essere impiegato su una determinata coltura infatti, il prodotto deve essere contemplato fra quelli indicati nell’allegato 2 del regolamento CEE 2092/91 e sue successive integrazioni ma deve essere anche autorizzato all’impiego in agricoltura da parte del Ministero della Sanità. La situazione è in continua evoluzione in quanto nuove richieste di autorizzazione vengono inoltrate al Ministero per ottenere la registrazione nel nostro paese di prodotti ammessi dal regolamento comunitario, mentre di converso alcuni prodotti contemplati nella prima stesura del regolamento sono stati eliminati nelle successive modifiche oppure ne è stato ridotto l’impiego a particolari colture (es. azadiractina ammessa solo su piante madri o colture portaseme e piante ornamentali). Allo stato attuale tra gli insetticidi di origine vegetale ammessi dal Reg. CEE il Piretro naturale (solo se estratto da Chrysantemum cinerariaefolium) e il rotenone (estratto da Derris spp., Lonchocarpus spp. e Therphrosia spp.) sono anche registrati per l’utilizzo in agricoltura in Italia. Per quanto riguarda invece gli insetticidi microbiologici esistono diversi prodotti registrati a base di Bacillus thuringiensis, e nematodi entomopatogeni. L’utilizzo di questi preparati è conforme a quanto prescritto dal regolamento CEE in quanto l’unica causa di esclusione è rappresentata dalla eventuale manipolazione genetica degli organismi costituenti il bioinsetticida.
Sul piano tecnico è necessario, tuttavia, adottare un impiego oculato anche degli insetticidi di origine naturale che, seppur presentino ampie garanzie di pronta degradabilità ambientale, sono sempre di scarsa selettività (piretro, rotenone) nei confronti dell’entomofauna utile. E’ quindi auspicabile anche nell’agricoltura biologica il superamento della lotta a calendario e l’adozione di criteri di intervento in qualche modo analoghi a quelli in uso nella lotta integrata. La lotta integrata infatti, è fondata sull’accertamento della reale presenza dei parassiti, sulla conoscenza delle condizioni microclimatiche predisponenti l’insorgenza delle avversità, sulla conoscenza delle soglie di tolleranza, sulla scelta dei fitofarmaci a più basso impatto ecologico e con la massima salvaguardia degli insetti ausiliari, sull’uso, infine, dei mezzi di lotta biologica. E’ utile ricordare che le soglie d’intervento riportate nelle schede per alcuni patogeni e fitofagi, hanno carattere indicativo in quanto in agricoltura biologica non esistono riferimenti trasferibili alla generalità delle aziende e per questo motivo vanno adattate alle singole realtà (aziende in conversione, agroecosistemi più o meno semplificati, diversa tollerabilità per alcune tipologie di danno, etc.) Le tecniche di lotta biologica che sfruttano gli antagonismi naturali, sono uno strumento di importanza fondamentale per controllare le popolazioni dei fitofagi e degli agenti di malattia. In particolare, il controllo biologico classico, attuato non su scala aziendale ma comprensoriale, riveste un particolare interesse nel fronteggiare parassiti di origine esotica, andando a ricostituire le associazioni (i sistemi tritrofici) con i loro nemici naturali. L’attività necessaria alla sua realizzazione è demandata agli istituti di ricerca, che cooperano in tal senso con gli analoghi organismi internazionali. In altri casi è invece possibile far ricorso agli ausiliari allevati in biofabbriche e oggigiorno, specialmente nelle colture protette dove da tempo si sono manifestati fenomeni di resistenza agli insetticidi di sintesi, è possibile affidare la difesa fitosanitaria integralmente alla loro attività. Anche la lotta microbiologica è divenuta una realtà operativa come nel caso del Bacillus thuringiensis bioinsetticida batterico impiegato con successo contro diversi lepidotteri. I nematodi entomopatogeni, considerati anch’essi agenti di controllo microbiologico, rappresentano dei validi strumenti di lotta agli insetti che svolgono almeno una parte del loro ciclo nel terreno. Essi, inoltre, possono essere efficacemente utilizzati per il controllo degli insetti xilofagi (Cossus cossus, Zeuzera pyrina, Synanthedon myopaeformis, etc.).
Per quanto attiene alla lotta biologia contro le crittogame, pur se non ancora sviluppata a livello di quella contro i parassiti animali, bisogna dire che essa mostra interessanti prospettive da sviluppare nell’immediato futuro.
Un altro efficace strumento di contenimento dei problemi fitosanitari è rappresentato dall’utilizzo di varietà resistenti. In molti casi il miglioramento genetico ha raggiunto ottimi risultati nella ricerca della resistenza a diverse crittogame, mentre per gli insetti i risultati positivi sono ancora piuttosto limitati.
Sul piano applicativo, l’orticoltura pone talvolta gravi problemi fitosanitari, in particolare nella coltura intensiva praticata in zone specializzate e con un numero ridotto di specie.
In questo comparto, in maniera ancor più marcata delle altre colture biologiche, la prevenzione rappresenta l’arma principale per il controllo delle avversità e per raggiungere di conseguenza un adeguato livello produttivo sotto il punto di vista qualitativo e quantitativo.
Per quanto concerne la coltura in pieno campo, attualmente l’impossibilità di controllare in maniera diretta alcuni agenti di danno (elateridi, nematodi fitopatogeni, rizottoniosi, cercosporiosi, sclerotinia septoriosi, verticillosi, fusariosi, etc.) rende necessaria l’adozione di lunghe rotazioni, insieme alla scelta di varietà resistenti o di ecotipi locali da tempo adattati alle condizioni microclimatiche proprie del territorio. Buone prospettive sono offerte anche dal controllo microbiologico delle fitopatie e degli insetti dannosi.
Dal punto di vista dei mezzi fisici di controllo, la messa a punto di macchine che rendano più economica ed affidabile la tecnica della solarizzazione in pieno campo renderà più efficace il controllo dei nematodi fitopatogeni e delle fitopatie i cui agenti si conservano nel terreno. Una volta esplorate le esigenze di mercato e quelle più spiccatamente agronomiche (rispetto del fabbisogno in sostanza organica della coltura, conservazione della fertilità aziendale), la scelte della coltura da praticare e dell’appezzamento su cui impiantarla, dipende dai seguenti fattori:


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